Intervista a Vincenzo Rutigliano

Intervista (2 maggio 2018) di Antonella Crestani a Vincenzo Rutigliano. Nato a Milano nel 1944, studente a Trento (1968-72), ha partecipato all’esperimento dell’università critica nel periodo della direzione alberoniana. Ha insegnato Storia del pensiero sociologico e Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Trento. È scomparso il 28 giugno 2018. 

R: Professore, vorrei iniziare a parlare con Lei a proposito del periodo storico del 68, e in particolare del 68 a Trento. Cosa è successo alla fine degli anni Sessanta  all’Università di Trento?

I: beh in realtà bisognerebbe cominciare un po’ prima perché la prima occupazione in Italia, che è avvenuta qui a Trento, è avvenuta già nel 66 cioè solo due anni dopo quella di Berkley nel 64. Ma dal 66 al 68 in realtà le motivazioni delle agitazioni e quindi delle occupazioni che ci sono state, sono cambiate notevolmente. Nel senso cioè che la occupazione del 66 aveva delle motivazione per così dire di tipo sindacale, nel senso cioè che la nostra facoltà non era riconosciuta nello statale e quindi l’occupazione serviva a quello. Ma non solo. Serviva anche a fare in modo che il nostro istituto che si chiamava Istituto Superiore di Scienze Sociali avesse una facoltà al suo interno di Sociologia. Ora il problema è la parola sociologia che non aveva molti sostenitori all’esterno della facoltà, soprattutto a Roma in Parlamento soprattutto da parte dei liberali. Naturalmente questo c’era da aspettarselo perché la Sociologia in Italia dopo il periodo positivistico era stata per così dire scomunicata dal Santo Protettore della filosofia italiana … Benedetto Croce da allora il crocianesimo, appunto, che era dominante in tutta la cultura italiana e, se non fosse… non solo Gentile, ma non sono… e…. [pausa] Croce, ma anche Gentile, appunto avevano dato un impronta definitiva a questo tipo di impostazione. Quindi la sociologia era questa pseudo scienza secondo la dizione di Croce che aveva più nemici che amici, anche se nelle università italiane pur non essendo usciti da una facoltà di sociologia, né un corso di sociologia vi erano appunto professori di filosofia che parlavano di Comte, parlavano di Positivismo di Marx eccetera. Ecco, quindi, questa era la situazione che aveva come Coté, il fatto che in Italia ci fosse una sola Facoltà di Sociologia che era quella, appunto, di Trento. Questa è anche la ragione per cui io da un paesino in provincia di Brindisi sono venuto a Trento per frequentare questa Facoltà. In quale anno?

Sono venuto nel ’68, cioè sono arrivato a Trento a novembre del 68, ai primi di novembre del 68 all’inizio dell’anno accademico. Avevo vinto il posto in collegio e quindi arrivai la mattina del tre novembre e andai su al collegio. Quella stessa mattina attraversando appunto dalla stazione fino ai taxi eccetera, avevo assistito ad una situazione che poi diventerà appunto mitica in qualche modo, cioè cera uno studente che veniva passato per cosi dire a calci e a pugni da un gruppo di alpini che lo circondavano. La casa mi risultò, non sapevo niente, la cosa mi risultò appunto strana in realtà quel giorno c’era Saragat presidente della repubblica che era arrivato a Trento per regalare alla città il la somma di danaro notevole per costruite un auditorium e in occasione della l’anniversario della prima guerra mondiale cioè dell’entrata dei cavalleggeri italiani a Trento gli studenti di sociologia si erano opposti a questo, avevano inscenato manifestazioni ne erano derivate appunto grandi battaglie tra gli alpini e gli studenti la polizia eccetera, che e io mi trovai appunto in questa situazione. Per la verità presi, io e un mio amico che avevo conosciuto sul treno, anche lui si sarebbe… si era iscritto a sociologia, prendemmo un taxi e andammo al collegio universitario, dove avevamo un posto. Ecco questo è il mio impatto per cosi dire con Trento, però naturalmente c’ero stato anche l’estate per iscrivermi. Una volta finito le superiori a Milano ero arrivato a Trento, mi ero iscritto, e lì avevo visto alla mensa universitaria Alberoni e Mauro Rostagno che parlavano insieme eccetera. Anzi mi erano stati indicati per la verità, perché appunto non li conoscevo. 

R: Allora, se ho capito bene professore, lei è arrivato a Trento nel novembre 68 come studente universitario e nel novembre del 68 giorno in cui c’era qui Saragat e, e c’erano già movimenti studenteschi per la causa primaria se ho capito bene è stata quella…

I: noooo, ma ormai erano ormai si era andati oltre perché dal 66 al 68, appunto c’era stata l’università negativa, le occupazioni, i seminari e  poi le manifestazioni per il Vietnam eccetera, no, si era in pieno 68 con obiettivi che non c’entravano più niente… con gli originali Tuttavia la cosa più importante che era stata elaborata appunto durante le vacanze del 68 e che noi usufruimmo come matricole appena arrivati eccetera era la università critica. L’università critica era appunto stata elaborata da Alberoni e da altri e da un certo numero di studenti ehm e consisteva appunto in una sorta di esplosione e di creatività voglio dire sia nelle domande sia nelle risposte che venivano appunto attraverso i seminari, i corsi eccetera che soddisfacevano appunto l’esigenza di scienza nuova. Faccio un po’ di esempi per esempio c’erano di corsi di antropologia, c’erano i corsi di psicologia, c’erano i corsi di psicanalisi soprattutto quest’ultima disciplina che anch’essa come la sociologia non veniva insegnata in nessuna università italiana e a Trento appunto c’era il corso che era tenuto tra l’altro quell’anno dal presidente della società psicanalitica italiana Franco Fornari

R: Per cui lei e arrivato a Trento e si è trovato protagonista del 68

I: Beh non direttamente protagonista, ero una matricola quando sono arrivato anche se venivo da una situazione in cui alle superiori avevo preso parte in qualche modo a come dire insomma si assemblee manifestazioni, qualcosa del genere, ma niente di paragonabile alla creatività appunto a cui avevo assistito i primi giorni nelle assemblee in università

R: chi erano gli altri protagonisti qui a Trento di  questi eventi oltre a Lei? Protagonisti studenti compagni..

I: studenti? Beh c’era già strutturato un gruppo diciamo così dirigente in qualche modo anche se non era istituzionalizzato c’erano un gruppo di studenti che erano quelli più anziani quelli che avevano preparato per esempio con l’università critica cioè Mauro Rostagno Renato Curcio e altri…Luciano Di Pietra…ma parecchi altri…saranno stati una ventina di questi studenti che durante l’estate insieme appunto ad un certo numero di docenti che erano arrivati insieme ad Alberoni da Milano proprio con l’intento di creare una facoltà completamente nuova sia nei contenuti che nella forma dell’insegnamento. E così avvenne almeno appunto per due anni, 68 e 69, nel 70 già le cose iniziarono a prendere un’altra piega

R: ho capito. C’è un ricordo particolare che mi vuole raccontare che la lega a Mauro Rostagno?

I: ma io Mauro Rostagno non l’ho conosciuto così intimamente anzi per la verità il ricordo particolare che ho che mi ha fatto molto piacere non è stato tanto allora ma vent’anni dopo quando c’è statala festa per i vent’anni dal 68 eccetera e avendo incontro Mauro appunto nell’assemblea eccetera ci siamo baciati a lungo come [sorride…] come dire insomma per cui è stato forse più intimo quel momento 

R: vent’anni dopo…

I: vent’anni dopo che non invece prima, ma questo è comprensibile per due ragioni. Primo perché questo gruppo chiamiamolo così dirigente in qualche modo del movimento era, non era avvicinabile da tutte le matricole che erano arrivate quell’anno, e cioè una quantità enorme, tremila ragazzi da tutt’Italia con esperienze diverse eccetera e con aspirazioni diverse e quant’altro. E poi per un’altra ragione perché in realtà io personalmente non sono mai stato organico del tutto al movimento ma ero più vicino a dei gruppi libertari che erano all’interno che si crearono all’interno del movimento, per esempio l’internazionale situazionista e altri gruppi di questo genere. Perché dico questo. Perché in realtà guardando le cose 50 anni dopo si potrebbe pensare ad una omogeneità ideologica nel movimento cosa che non era affatto vera e che quindi chi era allora all’interno percepiva benissimo le differenze che andavano appunto da una come dire insomma da una propensione alla avanguardia esterna di tipo leninista fino agli anarchici fino al libertarismo appunto estremo. C’erano una serie di posizioni variegate che si incontravano e si scontravano nella assemblea. Tra l’altro a proposito dell’assemblea bisogna dire che non era qualcosa di come dire convocato in modo formale, tutte le cose che sto dicendo in realtà erano tutte informali e tra l’assemblea i corsi i seminari e i gruppi di studio eccetera non c’era francamente una soluzione di continuità vera c’erano obiettivi veri di queste riunioni ma diverse tra queste riunioni ma non una diversità di metodo o di altri.. che poi era la democrazia diretta nel senso cioè che era praticamente… il tutto si potrebbe riassumere con uno slogan che appunto si leggeva nei muri dell’università “non ho niente da dire ma voglio dirlo lo stesso”. E quindi [sorridono] questa era la situazione di molti. Naturalmente c’erano anche delle situazioni che chi era un po’ come dire ai margini un po’ distaccato come me perché facente parte di un gruppo un po’ diverso da…eccetera… poteva notare cioè si poteva notare persone ragazzi che… balbuzienti che nel momento in cui prendevano la parola in assemblea non balbettavano più…insomma c’erano fenomeni di questo genere…ecco.

R: sempre a proposito di Mauro Rostagno, conosce qualche dettaglio della sua storia personale, biografica, sia prima di Trento che dopo Trento?

I: si si certo.. si sa tutto di Mauro Rostagno ormai… nel senso che noi allora sapevamo da dove veniva Rostagno cioè veniva da un gruppo di socialisti di sinistra che si chiamava che avevano fondato appunto insieme a Raniero Panzeri una rivista che si chiamava quaderni Rossi e lui collaborava a  Torino alla Fiat con questo gruppo. Da lì si era iscritto a filosofia dopodiché insieme ad un mio amico molto molto amico che poi è diventato assistente qui a Trento eccetera insieme a me e quant’altro, che si chiamava Gianfranco Albertelli, decise di passare da filosofia a sociologia e quindi quando io sono arrivato lui era già uno studente un leader insomma fondamentalmente assieme al leader dei cattolici che c’erano anche quelli all’interno dell’università, anzi per la verità erano forse il gruppo più numeroso che facevano capo invece a Marco Boato 

R: ho capito. E dopo Trento?

I: dopo Trento Mauro Rostagno aveva fondato assieme ad altri a Milano una specie di ritrovo che si chiamava Macondo. Macondo prendeva il nome da un romanzo di Gabriel Garcia Marques che si chiamava appunto cent’anni di solitudine che era un romanzo piaciuto molto e che aveva un luogo che si chiamava Macondo e quindi questo posto a Milano si chiamava Macondo. E lì insomma c’erano tutti i delusi del movimento della rivoluzione e quant’altro che non si erano irreggimentati nei gruppetti politici di tipo leninista che erano poi fondamentalmente il linguaggio della terza internazionale preso a prestito per dire ciò che non era possibile dire senza un linguaggio nuovo. E questo è stato il grande peccato del movimento studentesco, quello di non aver elaborato una propria teoria un proprio linguaggio ed averne preso a prestito uno dal comunismo dalla terza internazionale che non c’entrava niente con le aspirazioni di tipo anti autoritario che erano appunto tipiche del movimento almeno di quello di Trento. 

R: certo. Qui a Trento ci sono dei luoghi che celebrano la memoria di Mauro Rostagno?

I: beh c’è la lapide che è in facoltà che è stata messa da un gruppo di docenti e da un gruppo di studenti di nuovi studenti con la…come dire…col patrocinio se così posso dire del Preside della facoltà ed è al terzo piano

R: in città no?

I: ma non credo che la città…si c’era stato questo tentativo di fare un monumento a Rostagno, un monumento che sarebbe stato regalato per così dire da uno dei più grandi scultori di arte povera che si chiama Cunellis il quale appunto però è morto e i materiali con cui questo bozzetto si sarebbe trasformato in un monumento eccetera, non ci sono più stati i soldi, il comune aveva detto che l’avrebbe patrocinato ma non l’ha mai fatto e non lo farà mai perché la città di Trento non ha mai amato la sua facoltà non ha mai amato Mauro Rostagno men che meno non ha mai amato gli studenti nonostante poi questi hanno avuto il merito di svecchiare questa città, di renderla meno provinciale, e anche a livello economico di aver smosso l’economia di questa…locale

R: ho capito. In merito a Renato Curcio c’è un ricordo che vuole raccontare? 

I: Renato Curcio era uno dei primissimi quindi quando io ero come dire insomma la matricolina lui era… ma non avevo molta consuetudine con lui e col suo gruppo perché loro erano dei leninisti cioè erano marxisti leninisti già da sempre da prima di arrivare a Trento quindi gente con la quale io non ho mai avuto a che fare e perché io ero piuttosto vicino agli anarchici che non a loro anche se non ero anarchico, ero piuttosto libertario. E comunque insomma dopo l’ho conosciuto naturalmente Renato, ho dormito anche nel suo appartamento per un po’ di sere perché ci avevano sbattuto fuori, la polizia, dal collegio universitario perché l’avevamo occupato e quindi sono andato a dormire un po’ a casa dell’uno un po’ a casa dell’altro insieme ad altri appunto miei amici insomma

R: e in merito alla storia personale di Renato Curcio, prima di Trento e dopo di Trento, cosa conosce Lei.

I: non so molto quello che so è che lui faceva parte di questi gruppi marxisti leninisti prima ancora di arrivare a Trento e che a Trento aveva attorno a sé un gruppo che aveva questo tipo di cose…a proposito di questo quello che va detto e che è inutile dirlo tante volte ma tanto voglio dire entra da un orecchio alla gente ed  esce da un altro, le Brigate Rosse non c’entrano niente con Trento anzi, Renato Curcio è andato via da Trento proprio perché a Trento non c’era spazio per quel tipo di situazione e per quel tipo di lotta che lui voleva fare e infatti era andato a Milano alla Pirelli e dai CUB Pirelli che erano dei Comitati di Base della Pirelli lì erano nate appunto le Brigate Rosse però siccome lui aveva studiato a Trento, Margherita Cagol aveva studiato a Trento, Trento cominciò ad avere questa fama dalla quale poi  per liberarsene ci sono voluti almeno trent’anni.

R: e  a proposito della Cagol, cosa…

I: no non la conoscevo Margherita anche se era una che la incontravi e ti salutava sempre perché aveva un sorriso un modo di rapportarsi immediato spontaneo eccetera, credo che fosse cattolica se non ricordo male.

R: ma non c’è stata relazione

I: no no no non la conoscevo…ci salutavamo così insomma.

R: di quello che è accaduto a Curcio e alla Cagol dopo Trento cosa ne pensa?

I: è stata una loro scelta cioè una scelta suicida diremmo con il senno di poi ma allora voglio dire non c’era…c’erano molti che pensavano che l’arrivo di una rivoluzione era qualcosa che si sarebbe dovuta fare che si poteva fare che c’erano i presupposti per farlo. Una cosa che non si dice spesso è che i brigatisti nelle fabbriche di Milano di Torino di Genova eccetera, non erano come dire invisi alla classe operaria, cioè erano pesci che nuotavano nell’acqua cioè voglio dire c’era un clima generale che insomma tutti pensavano che le cose potevano verificarsi da un momento all’altro quindi voglio dire c’erano naturalmente molti di più erano quelli che pensavano che non se ne sarebbe fatto niente anzi che questo tipo di lotta armata per così dire avrebbe portato ad una repressione feroce e a distruggere quelle conquiste che il movimento avrebbe potuto fare e così in realtà è avvenuto. Quindi voglio dire la scelta della lotta armata è stata la tomba per così dire delle aspirazioni del 68. 

R: qual è oggi il senso di celebrare la memoria di questo evento per gli studenti di oggi? Quale senso per gli studenti di oggi?

I: ma io di solito penso questo, che il senso la gente deve trovarlo da sé nelle cose non glielo si può aprir la testa e metterglielo dentro anche perché sono passati 50 anni e non sono 50 anni … sono 50 anni che hanno impresso una accelerazione storica che è come se fossero passati due tre secoli da allora, la realtà è cambiata in modo così radicale eccetera…per esempio la cosa più importante che è cambiata è che allora noi tutti pensavamo, ma tutta la gente, pensavamo in questi termini, cioè il passato era peggio del presente, il presente…. bisogna lottare per un futuro migliore. Questo modo di pensare che è cristiano ma anche marxista, e hegeliano è tipico dell’occidente in realtà non c’è più, cioè i giovani oggi i ragazzi oggi non hanno l’idea di dover lottare per un futuro migliore rispetto il presente e quindi per loro la realtà è un immenso presente dal quale tentare di prendere tutto ciò che è possibile e che cos’è possibile niente di importante in realtà quindi c’è una caduta verticale dei valori, tutto si svaluta direbbe Nietzsche e quindi siamo al nichilismo la situazione nichilistica-consumistica questo è appunto il binomio nel quale i giovani di oggi si trovano …

R: per cui professore…

I: per cui questa cosa è come la resistenza come la battaglia di Lepanto come dire altri avvenimenti storici che appunto sono tali sono avvenuti hanno prodotto questo hanno prodotto quest’altro la battaglia di Ponte Milvio produce l’Impero Romano di Occidente la Battaglia di Lepanto sconfigge appunto i Turchi eccetera…questo è.. il 68 cosa è stato? E’ stata una rivoluzione perché questo lo è stata ed è stata una rivoluzione più che altro nel costume nel senso cioè che è stata… ha messo in moto quello che noi sociologi chiamiamo una eterogenesi dei fini cioè tu lotti per qualcosa e invece produci qualcos’altro. Lottare per la rivoluzione e invece produrre una rivoluzione però non quella la rivoluzione comunista, ma la rivoluzione nel costume. Tutto quello che è avvenuto dopo è un prodotto del 68: il divorzio, l’aborto, i diritti civili, gli omosessuali, le lesbiche, e quant’altro… 

R: per cui il senso di celebrare la memoria di questo evento per studenti, testimoni di allora, le istituzioni locali e nazionali non….

I: io credo che nessuno sta celebrando niente, cioè non è una celebrazione, dove sono le celebrazioni. Celebrazioni significa appunto che si istituzionalizza qualcosa come il 1° Maggio la Festa del Lavoro, il 25 Aprile la Festa della Liberazione …

R: ma avrebbe senso secondo Lei?

I: no 

R: no?

I: no…

R: ma per il fatto….

I: per me dico per me, per me no. Cioè quello che è avvenuto è avvenuto e quello che si è realizzato si è già realizzato nella società e non è stato del tutto positivo, non è stato del tutto positivo.

R: oggi professore cosa rappresenta la parola 68, per quanto riguarda per esempio i valori?

I: non so, una cosa secondo me lontana quanto il 48 … oggi noi continuiamo a dire è successo un 48…

R: 1848!

I: e parliamo del 1848!!! È rimasto così… noi diciamo 68…

R: è un modo di dire?

I: si insomma vagamente la gente sa cosa era cosa non era ma non credo che sconvolga le coscienze della gente…

R: ho capito. Adesso parliamo dei luoghi del 68 a Trento. Ci sono dei luoghi specifici professore che la legano, che legano Lei e la memoria del 68 a Trento? Oltre a sociologia.

I: Ma io ci vivo a Trento. Non mi sono mai allontanato. Trento è una città che a me piace molto dove io posso dire tutto il bene possibile per quanto riguarda la mia vita la mia carriera universitaria e tutto quanto insomma. Non so di che cosa si può parlare cioè dei luoghi frequentati da noi allora? I luoghi erano il bar duomo prima di tutto e il bar italia. Ma io su queste cose ho già scritto…. Se tu vedi…chiudi! [mi chiede di sospendere la registrazione e mi chiede di leggere la sua ultima pubblicazione Mundus Intelligibilis dove si trovano molte cose su quel periodo] 

R: La facoltà di sociologia come luogo fisico è un simbolo del 68 a Trento! No?

I: Per la verità credo sia un simbolo del 68 in Italia!

R: Ah

I: E non solo in Italia. Perché se ci sono dei luoghi simbolo del 68 sono tre fondamentalmente: la Freie Universitat a Berlino l’università francese di Nanterre oltre che la Sorbona a Parigi e la Facoltà di Sociologia a Trento

R: Luogo simbolo italiano non solo di Trento. Per cui molto più importante rispetto allo spazio locale

I: Italiano certo. Ma Trento è diventata una città per via del movimento studentesco, per via della facoltà di sociologia, io ricordo che arrivavano gli inviati del Corriere della Sera a Trento a sentire l’assemblea e poi vedevi gli articoli sul corriere della sera o sul il giorno il giorno dopo. Voglio dire Trento è diventato un luogo importante.

R: Ombelico del mondo.

I: Si era diventato qualcosa di simile. E invece prima che cos’era. Era una cittadina dove c’era più del 50% della gente che votava la Democrazia Cristiana, le parrocchie erano praticamente sovrane su tutto ciò che bisognava fare, dire eccetera passava attraverso le parrocchie e quindi una cittadina di provincia. 

R: Qui ho alcune foto di quel periodo che le ho già fatto vedere e mi piacerebbe sapere cosa suscita in Lei vedere queste foto

I: [sorride] beh so di che cosa si tratta. La prima questa qui è la foto in cui i cattolici che hanno contestato il vescovo stanno uscendo dal duomo. Si intravvedono appunto almeno quelli che io riconosco sono Giancarlo Sartini che poverino è morto e …. Come si chiama… e Paolo Sorbi che poi diventerà uno dei protagonisti di Comunione e Liberazione appunto.

R: Questa immagino sia stata scattata dentro a sociologia…

I: Non la riconosco 

R: Sociologia com’era allora. Poco diversa da com’è ora.

I: Per niente diversa direi. Il palazzo era quello. 

R: E i giovani di allora? Una foto così cosa…rispetto ai giovani che vede adesso? Cosa suscitano queste foto?

I: [silenzio…] mi chiedo se gli studenti di ora riuscirebbero a scrivere un dazibao come questo, lunghissimo [ride] e appenderlo fuori dalla porta.

R: Qual è il suo dubbio

I: Il mio dubbio è che appunto ….c’era una capacità di elaborazione teorica allora che adesso non credo ci sia più perché siamo passati …

R: A livello culturale intende?

I: Non è esattamente a livello culturale quanto la capacità di elaborazione teorica che invece è trapassata in una società dell’immagine che quindi impoverisce il linguaggio, la capacità di esprimersi attraverso il linguaggio eccetera.

R: Oggi professore potrebbe avere senso connotare luoghi della città di Trento legati alla memoria dei fatti del 68?

I: Che significa? In che senso…

R: Connotare luoghi della città di Trento legati alla memoria dei fatti del 68?

I: Ho capito… 

R: Cioè identificare dei luoghi, immagino oltre a sociologia, fisici.

I: L’ho appena detto. Il bar Duomo, il bar Italia. Questi posti qua. La cantinota.

R: La cantinota con una t.

I: Si in dialetto. Questi parlavano solo in dialetto. Parlano anche adesso solo in dialetto. Vabbè che anche voi veneti non scherzate. 

R: No non scherziamo [sorrido]

I: In quanto a dialetto [ride]

R: Siamo bi-lingue. Per cui come Lei mi ha detto prima rispetto al senso di celebrare la memoria Lei trova abbia poco senso perchè il senso lo devono trovare le persone giusto? Non si può instillare! [annuisce] però io vorrei chiederle chi volendo secondo lei dovrebbe raccontare questo pezzo di storia italiana.

I: Mah..questo pezzo di storia italiana è stato raccontato e anche molto bene ci sono tantissimi libri su questo ma veramente tanti c’è solo la difficoltà della scelta. Ma volevo citare l’utimo che è quello scritto da Mauro Rostagno che si chiama il lungo sessantotto che è forse il libro più documentato di tutti sia per quanto riguarda il gruppo a cui lui apparteneva, cioè il gruppo dei cattolici, sia per quanto riguarda tutto il movimento del 68 69 del 70 e quindi l’autunno caldo il movimento operario di quegli anni i gruppi la lotta armata eccetera tutto c’è dentro ed è appena uscito. Si chiama il lungo 68 di Marco Boato. 

R: E i testimoni di allora ancora viventi o esperti del settore come lei che ruolo…

I: Io non sono esperto del settore

R: Beh l’ha vissuto

I: Si non sono esperto del settore, ero dentro, l’ho vissuto, si…

R: Che valore potrebbe avere questo raccontare, oltre la bibliografia esistente che lei ha detto essercene molta. Che ruolo potrebbero avere i mass media per ricordare e fare memoria di questo periodo.

I: Questa è una domanda alla quale non saprei dire se non in modo come dire sprezzante nel senso cioè che i massa media hanno sempre raccontato ciò che hanno voluto cosa c’entrano con la verità di quegli anni. La verità di quegli anni di ciò che si viveva all’interno del movimento delle gradi passioni del senso di fratellanza del vivere insieme una esperienza irripetibile questo può solo dirlo soltanto coloro che c’erano dentro e che non hanno nessuna voglia di parlare di questo 

R: No?

I: [fa no con la testa]

R: no! Per cui mi pare di capire che se qualcuno volesse sapere fare memoria trova poca disponibilità…è questo? 

I: Ci sono gli storici per fare gli storici

R: Mi pare di capire che il 68 a Trento sia problematico

I: Non capisco. Per i trentini?

R: Si. Per il territorio.

I: Siii. Non c’è mai stato un feeling vero. Mai. E non ci sarà mai. Perché i trentini hanno la memoria lunga e quindi siccome questo movimento, nel bene o nel male, per loro nel male, per noi nel bene, ha provocato grandi sconvolgimenti in città questo non se lo dimenticano e quindi voglio dire non c’è stato allora e non c’è nemmeno adesso … nonostante il fatto che Trento è diventata una città universitaria non soltanto per sociologia ma per tutte le altre facoltà eccetera e questo ha dato una iniezione di economia voglio dire alla città, importantissima. E poi ha svecchiato questa città. Non è più cittadina di provincia Trento. E questo lo deve agli studenti. Non dico agli studenti di sociologia ma a tutti gli studenti.

R: Secondo lei perché c’è ancora oggi un dibattito critico in corso riguardo la modalità di ricordare i protagonisti di allora. Rostagno Curcio Boato…

I: Per le ragioni che ho appena detto.

R: Perché i trentini hanno la memoria lunga!

I: Non solo per questo, perché queste persone hanno fatto e detto cose che non sono digeribili dalla città come Trento. Ma nemmeno da altre città se è per questo. [Sottovoce mi dice: “basta!”]