Intervista a Mino B. C. Garzia

Intervista (2 maggio 2018) di Sara Evilio a Mino B. C. Garzia, studente a Trento dal 1968 al 1972, sociologo, già docente di Sociologia generale e Sociologia economica nella Facoltà di Economia e Management e membro del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università degli Studi di Trento. L’intervista è stata poi rivista e implementata dall’intervistato.

Mino B.C. Garzia si occupa della paretiana teoria dei residui e delle derivazioni, di teoria delle comunità politiche, di storia della tradizione scientifica italiana e di storia della sociologia. Ha pubblicato tra l’altro: Sociologica. Introduzione logico-matematica alla sociologia (1984); Koinonia politiché. Sociologia di una comunità alpina. L’alta valle di Fiemme (1986); Un modello analitico per le comunità politiche (1989); For the History of Sociological Analysis. A Scientific Laboratory: The Rivista Italiana di Sociologia of Guido Cavaglieri (Schmidt Periodicals, 1992); Politicals Communities and Calculus (Lang 1998); Dalle neuroscienze cognitive alla sociologia (2011); Metodologia Paretiana: Tomo I. Differenziazione, non linearità, equilibrio; Tomo II. Stati psichici e costanti dell’azione; Tomo III. Stati psichici e variabili dell’azione, P. Lang, Bern, 2006, 2013, 2015; Verum ipsum factum. Dalla curva trisettrice alla curva asimmetrica. Origini e crescita dell’immaginazione scientifica (V sec. a. C. – XIX sec. d. C), Lang, 2018.

R: Vorrei iniziare a parlare con lei a proposito del periodo storico del Sessantotto e in particolare del Sessantotto a Trento

I: Io sono arrivato a Trento l’11 ottobre 1968. E perciò parlerò precisamente da questa data fino alla conclusione, con la discussione della tesi (La concezione sociale di salute e malattia. Analisi dei dati di una ricerca sul campo – Milano e Trento – sull’atteggiamento nei confronti dello stato di malattia, svolta, per oltre un anno, presso il Laboratorio di Ricerca della Facoltà di Sociologia). Mi sono laureato in quattro anni, nell’ultima sessione dell’anno accademico 1971/72. Nel corso dei quattro anni sono sempre stato presente in facoltà, partecipando a tutte le lezioni, alle continue riunioni, assemblee, al primo piano e alle conferenze che spesso si tenevano in questo secondo piano nell’aula magna del Museo di scienze naturali. Quindi, di tutto quello che ricordo dall’11 ottobre in poi, posso dire precisamente come io l’ho vissuto, come io l’ho visto. Ecco, cercherò, mi sforzerò di ricordare non di interpretare. Mi sforzerò di fare questo … cercherò di riandare allo studente di vent’anni, ricordando come quello studente vedeva le cose intorno a sé, gli accadimenti, come vi partecipava. Sono arrivato a Trento alle 6.30 del mattino e venivo da Lecce. Avevo frequentato in questa città le scuole superiori. Quando sono arrivato qui, è stato amore a prima vista sia per la città, sia per la facoltà. Per la facoltà in quanto struttura architettonica, perché la facoltà come insieme di esami, insieme di programmi di studio, la conoscevo già. Infatti, due anni prima di concludere le scuole superiori, io ero ormai, come dire, proiettato verso sociologia, verso Trento. Avevo scritto alla segreteria dell’Istituto Superiore di Scienze Sociali, così si chiamava allora, chiedendo informazioni. Mi mandarono subito il Bollettino-Notiziario … e da quel libretto mi convinsi ancora di più che quella sarebbe stata la mia strada. I miei amici erano perplessi, non capivano cosa fosse sociologia, a quale professione preparasse; perfino mi dicevano che l’istituto non compariva sulla Guida Monaci. Mi dicevano: «ma come fai a essere così sicuro di questa sociologia, cosa farai dopo», rispondevo: «io farò sociologia, non c’è niente che mi possa fermare», sorridevo al loro non capire, «io devo fare sociologia, e farò sociologia»; tanto più quando ricevetti il Bollettino che facevo vedere e leggere. Dunque, prima di arrivare a Trento, già conoscevo sociologia per quanto riguardava i programmi che mi attiravano moltissimo, ero rimasto entusiasta dei vari insegnamenti, ma, in più, ero rimasto entusiasta dei programmi per un aspetto fondamentale, che vedevo come una novità in assoluto, che esaltavano la mia fantasia, e cioè la coniugazione dell’indagine sociale e sociologica insieme alle tecniche statistico-matematiche, questa cosa mi colpì moltissimo.

R: In altre facoltà non c’era?

I: In altre facoltà non c’era! Io avevo compulsato i programmi di economia e commercio e scienze politiche, potevo fare Economia, però c’era un solo insegnamento di matematica che io già conoscevo molto bene, dato che ho fatto studi tecnico-industriali e lì di matematica ce n’è dal primo anno fino alla fine, teoretica ed applicata in meccanica, termodinamica, tecnologia, macchine, idraulica, disegno; la matematica ad economia era un tipo di matematica come io l’avevo già studiata, non mi interessava. Potevo fare Scienze Politiche, ma queste erano infarcite di diritti che fino ad un certo punto mi interessavano; sì, il diritto non mi interessava tanto, la scienza politica veniva dal mondo giuridico, un mondo statico ai miei occhi, allora era ancora arretratissima, tant’è che poi nel corso del 1966/67 i politologi si sono svegliati quando hanno compreso che sociologia li aveva ormai superati, dal punto di vista dell’offerta scientifica, quindi si sono un po’ riciclati e hanno cercato di offrire nei loro corsi l’antropologia, le sociologie, un po’ di statistica. Scienze politiche era divenuta una specie, diciamo, di secondo livello della facoltà di giurisprudenza. Così era allora il panorama, quindi io proprio le ho escluse. Avrei potuto fare ingegneria! Ingegneria mi piaceva. Avendo studiato tanta ingegneria applicata, ormai volevo andare oltre, tanto più che in quegli anni avevo scoperto la politica (dai sedici in poi), e poter studiare la politica da un punto di vista scientifico mi esaltava tanto. Dunque, quando ho scoperto questa possibile unione fra matematica, statistica, cioè la fusione tra l’aspetto quantitativo e l’aspetto qualitativo-storico, questa per me è stata una cosa straordinaria, sono stato rapito, come se avessi fatto una scoperta che evidentemente ricercavo, se, come ho detto, già due anni prima di concludere le superiori mi ero dato da fare per conoscere eventuali sbocchi alle mie ricerche e congetture intellettuali; ecco perché conoscevo già tanto attraverso libri, giornali, riviste e poi con il Bollettino, seppi precisamente che cosa si studiava in questo istituto. Sono rimasto completamente colpito, quando sono arrivato, anche materialmente dall’edificio, dall’atrio pulito e ordinato, dall’attenzione e cortesia dei bidelli, dal modo come la segreteria ci ha accolti all’apertura alle dieci; io aspettavo dalle otto quando era stato aperto il portone centrale. Nell’attesa ho gironzolato qui per i corridoi, dopo le pratiche per l’iscrizione, alle undici e mezza io ero già al Collegio Universitario maschile, allo studentato di Villa Tambosi a Villazzano, una villa del Settecento. A mezzogiorno io ero già lì nella mia cameretta, in quella bella villa. È stato un bell’impatto, già ero ben predisposto e dunque ho iniziato l’affascinante avventura con queste premesse … ero sì, ero preso, innamorato insomma della facoltà, delle discipline. Fui da subito una spugna (avevo già comprato in mattinata nell’attesa dell’apertura della segreteria, sul bancone della bidelleria un opuscolo – quasi mi stesse aspettando – dal titolo ‘matematica e sociologia’). Quel giorno non ebbi modo di andare in biblioteca che avevo intravisto, lungo il corridoio, prima di arrivare in segreteria; ci andai il giorno dopo, era al piano rialzato entrando a destra dell’atrio, la biblioteca era messa lì ricchissima, si poteva entrare-guardare-prendere una cosa, allora eccezionale ti facevano entrare, se chiedevi, in quanto studente, di accedere direttamente ai libri, non ho avuto problemi ricordo ancora, come se la vedessi adesso, la gentilissima signora addetta, da subito sono entrato in quella biblioteca a prendere i libri che mi interessavano, a guardare, a sfogliare: questo è stato il mio primo impatto con sociologia a Trento, è stato bellissimo, cinquant’anni fa…

R: E rispetto a tutto quello che stava accadendo all’interno dell’università? Le rivolte …

I: Da subito ebbi l’impressione che fosse più esibizionismo, gioco, piacere di teatralità che rivolta: da quanto ricordo, fu dopo la primavera del Settanta che giunse la cupezza politica, prima no! Già sapevo qualcosa dai giornali, conoscevo qualcosa, ero interessato perché ero, diciamo, politicamente molto attivo nel mio paese, nella mia scuola, uno di quelli negli ultimi anni delle superiori che, se c’era qualche cosa, il preside mi chiamava nel suo ufficio per parlare, per ascoltare il punto di vista degli studenti. Piccole manifestazioni, era una scuola superiore per cui non è che si potesse proprio essere liberi come si è nell’università, quindi queste cose io già le conoscevo perché già le praticavo. A sedici anni ero tesserato al Partito Comunista, avevo fondato la mia sezione giovanile con 35 iscritti in un paese di meno di 5000 abitanti per cui non è che mi colpissero tanto queste cose, semplicemente per me erano manifestazioni usuali, così incominciavo ad osservarle a Trento. Nell’atrio c’era un piccolo “dazebao”, i manifesti murali, era un’espressione presa dai cinesi, che i cinesi usavano al tempo di Mao nella rivoluzione cinese questi grandi fogli, dove si scriveva a mano tutto, ne vidi, nei giorni successivi comparire uno non molto grande, poi si moltiplicarono col tempo. Nell’atrio era tutto perfetto, lindo, pulito, come si vede adesso, io conoscevo altre università, ogni tanto ero stato per via dell’inizio della contestazione, andavo in altre università e non c’era proprio paragone assolutamente per come era tenuto l’edificio qui a Trento, e quindi ecco sono rimasto piacevolmente sorpreso da questo primo impatto. Poi ho iniziato lo studio. I corsi allora iniziavano il 5 novembre e finivano il 30 maggio, quindi tra l’11 ottobre e l’inizio delle lezioni avevo seguito varie accese assemblee. Il primo impatto con la cosiddetta contestazione all’esterno della facoltà fu un appoggio da parte di alcuni studenti, me compreso, ad uno sciopero delle maestranze dell’Upim che era in fondo a via Oss Mazzurana all’incrocio con via Manci sulla destra. Ricordo i megafoni, la polizia… questo è stato, qualche giorno dopo il mio arrivo, il primo impatto.

R: Ricorda qualche altro episodio?

I: Vi era stata, nei primi giorni di novembre, la contestazione di alcuni studenti al corteo presidenziale con Saragat per il Cinquantenario della fine della Prima Guerra mondiale … un altro episodio fu all’inizio dell’anno 1969, poi la presentazione da parte del nuovo direttore Alberoni della cosiddetta ‘università critica’; che ricordo avvenne nel cinema Dolomiti, vicino all’Università. Ancora, c’erano le solite assemblee che si tenevano in aula 5, sempre assemblee, ogni volta uscivo col mal di testa, duravano ore e ore, perciò finivano, per esaurimento, con pochi studenti. Allora si fumava, veniva il mal di testa ogni volta, ma io partecipavo sempre, ero proprio interessato ad osservare le varie dinamiche, così, si sentiva parlare di alcuni studenti che andavano a picchettare all’ingresso di alcune fabbriche, Sloi, Michelin, Laverda, ma sostanzialmente si stava in biblioteca, si prendevano contatti con la città, si stava insieme, ancora non era avviata l’attività accademica per noi del primo anno; invece, per quelli degli anni antecedenti c’erano tanti che preparavano esami. Ricordo che a Villa Tambosi, quelli più vecchi erano sempre lì intenti a studiare, mentre noi si prendeva conoscenza della città, della biblioteca, per cui si stava un po’ su in Villa Tambosi, sul prato (era un gradevole autunno) o a consultare la piccola biblioteca dove mi imbattei subito nel bel libro di Antropologia Culturale del Prof. Tentori, fino ad allora aveva insegnato a Trento, che lessi e rilessi più volte. Un po’ in città, poi il 5 novembre inizia l’attività. In quel novembre 1968 c’è il cambio di direzione, con la fine di ottobre il direttore Volpato, il primo direttore, lascia – era già annunciato, si sapeva – e subentra con il 1° novembre Alberoni. Mario Volpato, colui che aveva impostato tutta sociologia, come a me piaceva, era un matematico dell’Università di Padova. L’aveva impostata insieme al prof. Boldrini e al prof. Braga, sociologo. Il prof. Boldrini era il presidente del comitato ordinatore, uno statistico d’eccellenza, così il suo volume Teoria e metodi della statistica sul quale ho meditato abbastanza. Marcello Boldrini era contemporaneamente presidente del comitato ordinatore perché la nostra non era ancora formalmente una facoltà, l’Istituto Superiore di Scienze Sociali era stato voluto dall’Istituto trentino di cultura, un istituto fondato apposta, per poter istituire questa università con un consiglio di amministrazione che nominava il comitato ordinatore. Poi dopo, nel 1966/67, ebbe il riconoscimento e cambiò nome: Libera Università. Ho fatto una ricostruzione storica precisa con due saggi sulla rivista dell’AIS, il Journal of Sociology. L’AIS è un’associazione di sociologi accademici nel 2014, i due saggi sono usciti in aprile e in ottobre e coprono il periodo dal 1962 fino al 1967, adesso sto completando un lavoro, verrà un volume molto dettagliato, ho conservato vari documenti di allora, i vari volantini, dispense; i volantini ciclostilati erano, per così dire, l’arma principale delle agitazioni ancor più dei dazebao. Le dispense dei docenti… le ho conservate quasi tutte, quindi anche quel materiale sarà utilizzato. All’inizio del 1968 ci furono contrasti fortissimi tra Volpato e alcuni studenti e poi anche con la direzione dell’Istituto Trentino di Cultura e con il presidente Kessler, che ebbe una posizione, secondo me, ambivalente, anzi sbagliata, specie in presenza di un documento firmato da trecentocinque studenti che prendevano le distanze dai più facinorosi. Non lo dico adesso, cinquant’anni dopo da professore, lo pensavo anche da studente, secondo me non fu una grande scelta, quella di lasciar andare Volpato, ed essere morbidi con pochi cosiddetti contestatori, quasi comprensivi. Io la vedevo così, già dal primo giorno al Collegio sentivo parlare di Volpato, da parte di alcuni, come di un cerbero. Gli agitatori si dovevano contrastare, come si faceva tra noi studenti, opponendo altri punti di vista al pensiero unico dilagante. L’opposizione non poteva avvenire in assemblea, ma in aula a lezione, nei corridoi, nelle case dove spesso ci si riuniva, in biblioteca. L’assemblea era antidemocratica, il massimo della manipolazione, come riconosciuto da tutti. Si doveva difendere quel progetto e i primi dovevano essere gli amministratori e gran parte dei docenti, perché era un progetto di facoltà, forse unico anche nel mondo; era stato un progetto che era venuto fuori da una ricerca sulle principali facoltà mondiali di sociologia, voluta dal direttore Volpato e fatta dal professor Barbano che insegnava sociologia a Torino e sociologia generale qui a Trento: nel 1964 uscì il suo rapporto che è ancora oggi, secondo me, validissimo. Quindi, con l’autunno del 1962 parte l’Istituto, con la consolidata idea di impostare gli studi in termini matematici e statistico-quantitativi, secondo la tradizione italiana. Boldrini, Volpato, Braga avevano l’intenzione di proporre una particolare ingegneria sociale. Subentra Alberoni che veniva dalla Cattolica e quindi partono i corsi che chiamavano, curiosamente per me allora, università critica. Gli studenti, quelli più accesi, volevano che si chiamasse università critica (per non dire ‘negativa’), sulla scorta pare dell’università critica di Berlino col benestare di Alberoni: ho la documentazione e poi ho rinfrescato la memoria facendo anche questo lavoro di storia, ma è bene precisare che questa ‘università critica’ coinvolse, in realtà, quasi solo gli insegnamenti delle sociologie generali che erano due: ’Istituzioni di Sociologia I’ e ‘Istituzioni di Sociologia II’ e le sociologie speciali (con due eccezioni, nella mia esperienza, i cui docenti non si fecero coinvolgere). In particolare, ‘Istituzioni di Sociologia I’ al primo anno, era tenuto da Alberoni, dal direttore stesso. Ricordo che così era concepito il corso presentato in assemblea generale che si svolse nel cinema Dolomiti: il corso generale era tenuto dal docente titolare, Alberoni, ed era affiancato da seminari su tematiche e autori specifici che erano: Marx, Freud, Weber e Durkheim, e mi pare anche la Scuola di Francoforte. Lo studente andava in aula, ascoltava le lezioni, normali e poi c’erano gli approfondimenti nei seminari a scelta dello studente. Era presentata come un’innovazione, la presentarono così quelli più accesi e anche Alberoni e alcuni docenti: “innovazione – università critica”, “esperimento di autogoverno”, “università che mette continuamente in discussione i propri presupposti, cioè se stessa” tutto sulla carta, tutte parole, di fatto era, io parlo della mia esperienza, tutt’altra cosa, probabilmente sarà stata ‘critica’ solo per alcuni, come si dice, intimi. Io scelsi il seminario su Weber, frequentato da non molti studenti, al contrario di quelli su Marx e Freud. Non scelsi Marx perché già da quando avevo sedici anni leggevo Marx e sapevo, come un ragazzo di quell’età può conoscere, avendo letto i Manoscritti economico filosofici, La sacra famiglia, Lavoro salariato e capitale, Le lotte di classe in Francia, avendo letto il primo volume de Il Capitale, quello che allora circolava perché gli altri non erano ancora editi, frequentavo le scuole del Partito Comunista a Roma, a Lecce, quindi ne sapevo tanto, ma io volevo sapere altro, ero venuto per conoscere altro, quindi ho scelto di studiare Weber in questo seminario. Come in tutti i seminari ci fu l’introduzione da parte del docente, dopo di che gli studenti si prendevano la parte del compito: bene, un giorno dovevo relazionare su una parte di Weber, preparo la mia relazione su Weber, avevo studiato Weber, la parte data dal docente che ci seguiva, il coordinatore, ebbene relazionai su Weber per la parte che mi competeva. Ma io cosa avevo fatto? Di Weber conoscevo qualcosa, non molto, ma ne avevo già sentito parlare, leggendo la stampa del PCI di allora, che era buona,  c’era un collaboratore della rivista che si occupava di Weber, che insegnava all’Università di Roma, il quale aveva fatto un saggio su Weber che mi piacque e a cui mi ispirai e lo dissi anche nel gruppo, pensando di presentare un Weber accettabile, visto da un marxista. Apriti o cielo! Fui attaccato in una maniera per me intollerabile: allora Weber era considerato l’anti Marx, era considerato il teorico della borghesia. Fu il mio primo impatto con un clima intollerante intellettualmente, insomma il fatto di essere attaccato in un’aula di studio, perché presentavo Weber non secondo il bla-bla-bla politico dominante, mi ero ispirato un pochino alla lettura che ne dava un docente su Critica marxista, io mi fidavo essendo lettore assiduo della rivista comunista, per cui ingenuamente mi sentivo ‘a posto’, dato il clima, ma fu come avere bestemmiato. Io ci rimasi malissimo, direi quasi disgustato, anche perché durante le scuole superiori io ero considerato “un agitatore”, venire qui ed essere considerato quasi controparte, non è che tanto mi piacesse, insomma, andai per un po’ di volte al seminario, poi vidi chiaramente che vi era un pregiudizio contro Weber secondo l’orientamento che si riteneva marxista con articoli di autori dal pensiero ‘corretto’, per cui non mi interessò più continuare e lasciai perdere. Devo ricordare che in quel seminario c’era la compianta amica Marta Losito, che ritrovai una decina d’anni più tardi nel Dipartimento di Teoria, Storia e Ricerca Sociale dove lavoravamo e dove riprendemmo la collaborazione scientifica e, rievocando quel periodo, pur avendo fatto percorsi diversi, ci trovammo ad avere le medesime posizioni. Questo fu un primo impatto pieno di criticità. Ero a conoscenza, come ho detto, delle contestazioni che c’erano state, ma non credevo si potesse arrivare, così subito ad essere sottoposto a critica da ‘sinistra’, subire così direttamente. Andai in un altro seminario. Anche qui parole, parole. Il docente, tra quelli giunti con Alberoni, e del quale avevo avuto modo di leggere alcuni articoli su Rinascita prima di giungere a Trento, seduto sulla cattedra in un’aula abbastanza grande con i banchi a degradare e sempre piena di studenti, raccontava le sue esperienze nella ricerca sul campo, tanti raccontini, osservazioni minute, un po’ noiose per me, ho perseverato un po’ di volte, una delusione, andai via. Ecco cosa, via via, sperimentavo della cosiddetta ‘università critica’. Andai in un altro gruppo più piccolo, tenuto da un docente molto impegnato, bravo e appassionato e, allora, anche studioso di K. Korsch. Il seminario era incentrato su un particolare argomento: era stato, appena un anno prima, pubblicato in lingua italiana, il libro di Lukács, Storia e coscienza di classe, per cui fu un’occasione per approfondire Lukács filosofo, ma anche sociologo del circolo di Weber, però marxista, ritenuto marxista non stalinista in continuo dibattito con i maggiori sociologi, infatti se si leggono le sue opere si vede che continuamente prende in considerazione Weber, Pareto, Durkheim, anche in modo critico. Andai anche perché era un gruppo più piccolo e il docente coordinatore, era bravo nel commentare; c’è molta terminologia filosofica nell’opera di Lukács e, per quanto uno avesse studiato, la sua terminologia filosofica è molto pesante. Fu una bella esperienza fino a maggio, alla fine delle lezioni, limitatissima ma valida. La valutazione fu buona perché eravamo pochi e si studiava benissimo: ho ancora tutte le lezioni fatte e scritte a mano, ancora non avevo portato da casa a Trento la macchina da scrivere (dalla partenza non ero più ritornato) e scrivevo a mano, ho ancora i riassunti dei capitoli presentati al docente e agli altri studenti ogni volta. Quindi è stata una bella esperienza quella del seminario, ma il risultato fu che alle lezioni di sociologia generale, quelle di Alberoni, che doveva essere la parte principale del corso andai 2/3 volte in aula. Erano un disastro, una delusione per me, io dico quello che ho vissuto, ricordo così. Debbo dire anche, ad onor del vero, che erano in palese contraddizione queste sue lezioni con le dispense che lui distribuiva e che io ho conservato, fatte benissimo, scientificamente non c’è nulla da dire, in aula invece forse perché era ansioso di ammansire il ‘movimento studentesco’, ma lui … divagava con fatterelli, non vedevo la teoria forte che io volevo e che trovavo nelle sue dispense, non mi interessavano i fatterelli, volevo la teoria, Ricordo, fra l’altro, che raccontava dell’industria americana e della scoperta di una popolazione in America che aveva il culto del lavarsi praticando particolari riti, allora questi industriali, che vendevano tra l’altro saponette, avevano cercato di intrufolarsi nella loro mentalità e ritualità sfruttando la loro propensione. Gli antropologi capirono come far loro comprare più saponette perché lavandosi sarebbero stati ancora più puri. Raccontava tutte queste cose che a me davano fastidio: certo, se fossero state solo una parentesi vabbè, ma due, tre volte, perciò non ci passai più, studiavo solo le dispense che dava e i libri indicati nel programma. Le dispense erano fatte bene, le ho ancora. Quindi, alla fine, l’esame è consistito nel voto di frequenza al seminario su Lukács e sulle dispense di Alberoni. Questo per quanto riguarda il primo corso, ‘Istituzioni di sociologia I’. Stessa cosa l’anno seguente per ‘Istituzioni di Sociologia II’. Quindi per quanto riguarda la teoria generale sociologica, che avrebbe dovuto essere importante al primo anno, ci fu molto poco, secondo me. Ma, ero determinato e provvedevo da solo. Qualcosa ho appreso dal punto di vista filosofico, marxista, con la terminologia filosofica di Lukács al primo anno e al secondo anno col pensiero di Gramsci, anche se in parte conoscevo già queste cose. Per le altre materie nulla da dire, eccellenti in tutto, sia le lezioni in aula che i seminari: diritto pubblico, diritto privato, psicologia generale, antropologia, inglese, tedesco, materie da me seguite al primo anno. Il primo insegnamento dove sentii usare, finalmente, un autentico linguaggio sociologico fu con le lezioni di sociologia urbano-rurale del prof. Franco Demarchi e poi, con le lezioni del prof. Giorgio Braga. Dicevamo dei primi mesi fino alla fine dell’anno 1968: c’erano quasi tutti i giorni assemblee dove si parlava, si parlava, si parlava, mamma mia! Notai, da subito, in quei soliti che prendevano la parola, una assoluta incapacità di sintesi, anzi, col tempo si capì che più ci si dilungava ad esplicitare il proprio pensiero, più si ‘sbrodolava’, più era considerato un valore; ciò che per me era prolissità, ripetizione noiosa, da altri era considerata modalità da emulare. Come ho detto, niente di più manipolativo dell’assemblea! E dire che era considerata un superamento democratico rispetto agli organismi rappresentativi precedenti!

R: E di cosa si parlava?

I: Si parlava molto di politica internazionale, della guerra in Vietnam, si faceva anche qualche manifestazione pro-Vietnam, i ‘dazebao’ a favore dei vietnamiti contro gli americani, del ruolo del movimento studentesco, poi di qualche problema interno, ma di poca rilevanza. Io ho tutto segnato nei miei taccuini. Arriviamo alla fine dell’anno, si va in vacanza, si torna. Verso il 15 gennaio a Villa Tambosi, come ho detto si stava bene lì, si lavorava, c’era la biblioteca, si studiava benissimo. Io prendo una iniziativa: affiggo nella bacheca un foglietto con alcune richieste, era solo una goliardata che volevo fare, si chiedeva che le nostre stanze fossero libere, che chiunque potesse accedervi, che le ragazze potessero venire nelle nostre stanze, era un comune sentire, anche delle ragazze alloggiate alle Dame di Sion che era il collegio femminile. Scrissi questa cosa, affiggendola in bacheca, anche perché il direttore Antoniolli era una brava persona, stimabile, con cui discorrevo spesso. Fu solo così, per vedere la reazione e invece il direttore la prese come una cosa seria, cominciò a preoccuparsi, voleva sapere chi fosse stato l’autore; e per questo andai a firmarla seguito poi dagli altri ragazzi che firmavano con qualche commento: «sì, sì, vero, vogliamo questo, vogliamo quell’altro» e quindi seguì una serie di firme. Non se l’aspettava il direttore: fossi stato solo io, vabbè, invece minacciò di espellere i firmatari con la conseguenza che anche altri andarono a firmare; non capì, per cui, da cosa nasce cosa, dopo un giorno si è trovato lui fuori e il collegio occupato per quindici giorni; ma, attenzione lì nel collegio c’erano varie finestre, varie parti facilmente accessibili a chiunque, ad esempio alla reazione di destra, alla controcontestazione fascista, che allora si chiamava ‘avanguardia nazionale’ e che minacciava di entrare con la forza. Comunque, facevamo i turni di notte alle finestre e nei vari punti facili da forzare poi venne interrotto il riscaldamento, il direttore era talmente traumatizzato da dare adito a qualche elemento dei nostri di aggravare la situazione. Io cercai di parlare con lui rassicurandolo che presto sarebbe finita: ’è una goliardata’, gli dicevo, ma lui forse pensando alle altre occupazioni avvenute in città, pensava di frenare chissà che cosa, insomma la cosa scappò di mano, ma non era quella l’intenzione, quanto di vivacizzare, tra l’altro, la nostra convivenza. Quindi, per quindici giorni siamo stati lì a fare i turni, senza riscaldamento, da giorni nevicava ed era tutto ghiacciato, senza mensa, chiusero tutto, direttore e personale andarono via, ecco, diventava pesante senza riscaldamento soprattutto. Per la verità io fui tra quelli che in assemblea si dissero d’accordo a continuare l’occupazione, ma solo per poco e per mettere in evidenza alcune richieste che non ci sembravano trascendentali, visto che il direttore non capiva, e non si poteva più parlare; mentre ci furono degli amici che invece trasformarono tutto in una cosa politica, venne su a sentire le richieste perfino Kessler, io dopo una settimana non collaborai più, non collaboravo perché la cosa aveva preso un’altra direzione, non ero d’accordo, non mi sembrava il caso, nel frattempo tutto si trasformava in una discussione politica surreale, lontana dal fogliettino che l’aveva scatenata. Infatti, comparve tra le colonne dell’ingresso principale con sopra i due bravi, una scritta “casa del popolo Rosa Luxemburg”, arrivarono alcuni barboni della città insieme agli studenti per cui un bel giorno alle cinque e mezza del mattino mi pare arrivò la polizia che diede mezz’ora di tempo per uscire, altrimenti sarebbero entrati con la forza, oramai erano rimasti in pochi, quattro o cinque e alcuni barboni, tutti un po’ alla volta erano andati via, perché non c’era succo.

R: E, invece, la prima manifestazione?

I: Qui ce n’erano in continuazione, alla fine non si distingueva più tra le assemblee dentro l’aula 5 e le manifestazioni fuori in Piazza Duomo. Ce ne fu una in particolare contro la guerra in Vietnam, mi pare, o per qualche questione di politica interna, ci fu una manifestazione in città, ricordo dopo quella a Saragat. Anche questo fatto mi lasciò perplesso, ripeto non ero contro, ero venuto con l’idea di partecipare all’impegno civile e studiare senza confondere i piani, cioè frequentare attivamente le lezioni e partecipare all’impegno civile-politico. C’erano tanti che non frequentavano, anzi la maggioranza degli iscritti non frequentava, era una minoranza di studenti, circa cinquecento, che risiedeva stabilmente a Trento e di questi la stragrande maggioranza frequentava. Nel 1968 eravamo già arrivati a poco meno di tremila iscritti, la mia matricola era n. 2877. Poi ci fu l’esplosione nel 1969 con poco meno di 4500 iscritti in totale, compresi quelli degli anni precedenti e nel 1970 bloccarono le iscrizioni. Su queste iscrizioni c’è stata e c’è molta confusione, da ognuna delle parti in conflitto, credo spesso voluta per accreditare le proprie tesi. Ripeto, i frequentanti erano pochi rispetto agli iscritti. Ci fu una esplosione nelle iscrizioni già nel 1967, quasi 1000, nel 1968 intorno a 1500 e nel 1969 si arrivò a circa 2400, però come ho detto, molti non frequentavano, si iscrivevano perché ne avevano sentito parlare. Bisogna tener sempre presente che stabilmente a Trento risiedeva, al più, il 20% degli iscritti. Io ero tra quelli che frequentavano assiduamente le lezioni risiedendo stabilmente a Trento, prima nel Collegio di Villa Tambosi, poi, una volta espulsi, presso l’Istituto Serafico dei Cappuccini in via della Cervara, poi in case varie, via dei Giardini, Androna, una casa privata in via Pascoli e, infine, affittando un appartamento con altri amici in via Taramelli fino a conclusione degli studi. Ero qui tutti i giorni per frequentare, non mi è scappato niente di tutto quello che succedeva, quindi lezioni normali, biblioteca, laboratorio e poi queste manifestazioni. Una di queste, dopo un paio di mesi dal mio arrivo a Trento, mi lasciò molto perplesso. Facevamo un percorso, si andava da via Verdi, in piazza Duomo, in via Belenzani, Piazza Dante poi si girava intorno ai giardini e poi si ritornava di nuovo verso la Piazza e la Facoltà. Tra l’altro, ricordo che si procedeva in corteo scortati ai lati dalla polizia e perciò si cercava di sorprenderla, un po’ procedendo al passo e un po’ correndo. Arrivati, ricordo, in questo punto, in piazza Dante prima uno studente, poi alcuni altri si staccarono dal corteo, entrarono nel palazzo della Regione, qui c’era un custode, era sabato mi pare, entrarono nel palazzo di corsa che era tutto aperto, anche se non c’era attività, andarono in due, tre o quattro su negli uffici, si affacciarono dalla finestra buttando fascicoli. Dopo, la manifestazione finì in Piazza Duomo e qui sul palchetto, uno disse: «abbiamo dimostrato che lo Stato dei padroni è attaccabile! Abbiamo attaccato lo Stato!» In realtà, all’interno del palazzo della Regione in quel momento c’era solo un usciere con la porta aperta, perché mai immaginava che qualcuno potesse entrare improvvisamente, andare su, prendere plichi di carte e buttarli fuori dalla finestra. Io, siccome ero politicizzato, non mi facevo certo incantare da questa specie di azioni, teorizzate come ‘azioni esemplari’, e, quindi, anche questa azione mi lasciò molto perplesso. La mia perplessità riguardava non solo il fatto che fossero entrati nel palazzo, ma anche di vantarsene in piazza, di rivendicarlo, espressioni che si sentiranno qualche anno dopo, applicate sul serio, come sappiamo. Dunque, il linguaggio incominciava ad essere quello, qualche anno dopo con i gruppi armati, le espressioni erano le stesse. Le brigate rosse non c’entrano nulla con sociologia, ma un certo linguaggio, ovviamente non si sentiva solo qui a Trento, anche a Pisa, Milano, Roma, dappertutto si sentirà questo linguaggio da parte delle frange più estremiste, questo linguaggio che a me non piacque proprio. Io venivo da quella formazione, cioè impegno civile, impegno politico sì a sinistra sicuramente però fino ad un certo punto, non andavo a fare la lotta contro la polizia. Queste cose, come ho detto, mi lasciarono perplesso e seguitai a partecipare, però senza tanto entusiasmo, quindi come dire, iniziai ad applicare la tecnica che, qualche tempo dopo studiando sociologia e antropologia, seppi essere detta ‘osservazione partecipante’. Partecipavo sempre a tutto, ero presente, però con un atteggiamento critico, distaccato e, dunque, cominciavo a prendere le distanze pur essendo sempre presente.

R: Se le mostro queste foto cosa può dirmi?

I: In qualcuna ci posso anche essere, mi ricordo che c’erano i ritratti di Ho Chi Minh, questa forse ritrae proprio la manifestazione che finì in piazza Duomo con un piccolo sit-in, però diciamo che incominciai un pochino a capire le cose come stavano. Non ero venuto a Trento per estrinsecarmi giocando a fare il rivoluzionario, vedevo che di gioco si trattava, dentro e fuori la facoltà, una nuova forma di goliardia. Io volevo capire, ero venuto qui perché volevo studiare. C’è un’altra cosa che qui nelle assemblee cominciavo a sentire: sociologia pareva equivalesse a impegno sociale, sindacale, politico, rivoluzionario al più ad una ‘sociogogia’, ma non è così io ho sempre avuto chiara questa cosa e la voglio dire, non l’ho mai sentita in tutte le ricostruzioni che sono state fatte. Queste cose devono essere chiare: un conto è l’impegno civile che non nego, come persona attenta alla cosa pubblica nessuno lo nega, un altro conto è lo studio, la scienza: per me era scienza quella sociologica che avevo scelto, non una dottrina per l’azione politica che già ritenevo di possedere, io ero venuto qui per studiare la scienza, avevo studiato molta matematica, molta fisica e volevo studiare molta matematica applicata alla sociologia, molta storia, il mio orientamento non me lo toglievano dalla mente questi, non c’era niente da fare, più sentivo quelle argomentazioni, ai miei occhi strampalate, più si rafforzavano le mie idee, quindi per me andavano di pari passo impegno civile e studio scientifico. Invece questi gruppetti erano proprio chiusi e lo sono ancora quando alcuni di loro ricordano quel periodo, altro che vento sessantottino considerato per antonomasia innovativo; al contrario oscurantista, vento reazionario contro il nuovo, rappresentato da sociologia e dalla sua impostazione, questa sì, innovativa. Non sembri un paradosso: tra i tanti studenti, vi era una minoranza di reazionari (miranti ad un assetto sociale e relative idee ormai vecchie e fallite), la parte più rumorosa e visibile, quella folkloristica, cui non importava nulla della scienza sociologica, delle innovazioni scientifiche, del futuro che annunciava, tetragoni nelle loro posizioni che consideravano, curiosamente per me, ‘rivoluzionarie’, non capivano, e non capiscono quei pochi politicamente sopravvissuti, che sono due cose che devono andare di pari passo: lo studio e l’impegno, come si diceva allora, le ‘lotte’ civili che potevano riguardare la guerra in Vietnam, la partecipazione a scioperi rivendicativi, come divenne frequente poi nel 1969 con l’esplosione delle lotte operaie, si partecipava, quand’era il caso, a queste lotte operaie, agli scioperi ma con un’idea di futuro.

R: E lei partecipava?

I: Certo, io sempre fino alla fine però con spirito critico per difendersi da un’atmosfera contagiosa, facendo attenzione a non essere fagocitato, dato il clima estremamente politicizzato, al limite del fanatismo in alcuni, perché non mi piaceva la cosa; per un certo periodo era molto difficile difendersi con la ragione, perché c’era sempre quel rischio del fanatismo. Infatti, tanti ragazzi poi sono finiti come sono finiti perché ad un certo punto, spesso si creava un clima irrespirabile di fanatismo e molti ragazzi sono finiti male per questo. Dicevo di alcune perplessità che da subito mi fecero destare molta attenzione: una di queste fu la distribuzione di una piccola pubblicazione ciclostilata, mi par di ricordare, prima di Natale del 1968, comunque nel corso del mese di dicembre dove si pretendeva di dare la linea per reindirizzare il ‘movimento studentesco’. Non entro nel merito, ma ciò che mi colpì furono espressioni come: “è uscita la bibbia del movimento; questa è la bibbia del movimento” da parte di alcuni che conoscevo di vista, ma che poi in seguito vidi essere i soliti fanatici. Della ‘bibbia’ dopo qualche mese, né mai più, si sentì parlare anche se alcune elucubrazioni continuarono ad aleggiare nei corridoi. Ero a Trento da due mesi e già capivo che dovevo dispormi a controllare le forti suggestioni, la formazione precedente in qualche modo mi ha aiutato. C’era una fruizione della biblioteca eccellente, studenti e studiosi venivano da Milano, da Roma per usufruire della sua specializzazione, era ricchissima, anche di cose straniere, erano stati comprati degli stocks di libri enormi, qui c’era tutto, non occorreva andare in America. Qualche anno dopo entrai in amicizia con il direttore che mi disse «guarda che ce n’è ancora negli scantinati, c’è tanta roba ancora da catalogare». Negli scantinati c’era una stanza piena di libri di sociologia, comprati sui mercati internazionali, che ancora non avevano finito di catalogare. Io andavo a guardare, trovavo Parsons, Sorokin, Homans e tanti altri in originale, quindi c’era da studiare quanto si voleva. Il risultato si è visto dopo appena un anno dalla stravagante, per non dire altro, ’università critica’, nonostante l’impegno profuso dagli amministratori e dalla maggior parte dei docenti, dall’entusiasmo della maggior parte degli studenti fin dal 1962, sociologia, nell’ultimo anno, perdeva prestigio o lo aveva perso del tutto. Di questo non si parla mai! Si era arrivati a dire, nell’opinione pubblica trentina e nazionale che era un posto dove si faceva politica, invece si studiava tanto qui, risaltavano solo gli aspetti più appariscenti, la pseudopolitica gridata. I giornali mettevano in luce solo gli aspetti più drammatizzati e teatralizzati o alcuni che aspiravano alla notorietà e qualche episodio folkloristico. Il resto non è mai stato messo in evidenza quasi tutti i cronisti non erano interessati alla normale attività, io sto cercando di mettere in evidenza quanto non è stato detto. Perché è vero che ci sono state queste cose, perlopiù drammatizzate e teatralizzate, che sono diventate ormai folklore e con questo folklore in assenza di critica, si è creato un piccolo mito: uso il concetto in senso tecnico-sociologico. Qui noi, come sociologi, possiamo dire come i fisici, che sono riusciti al Cern di Ginevra a scorgere un elemento teorizzato, che si sapeva esistere, i neutrini, il bosone, noi sociologi, studiosi dei miti, possiamo dire che abbiamo visto la nascita di un mito. Normalmente noi, come gli antropologi, studiamo i miti, soprattutto i miti del passato o di altre culture, noi come sociologi abbiamo avuto la possibilità di vedere la nascita e lo sviluppo di un mito, e, ironia, proprio nella facoltà di sociologia. Questo è un mito. È diventato un mito e come tutti i miti hanno certamente una base reale, questo lo insegna Vico, ecco perché Vico è lo scopritore del mito in termini scientifici. Vico ti dice che il mito ti parla di questioni reali, ma che col tempo e nella mente singola e associata diventa qualche altra cosa, tu devi decifrare il mito, iniziò a farlo Vico, poi Lévi-Strauss. Ecco, dunque, ripeto i fisici sono riusciti a vedere elementi sfuggenti, noi sociologi siamo riusciti a vedere qualcosa di invisibile, la nascita di un mito. Allora, dicevo, si parla di questo mito, divenuto folklore, ma non si parla di un’attività intellettuale fortissima. Nonostante tutto l’impegno politico e nonostante tutti i facinorosi a tempo pieno si studiava sempre, dalla mattina alla sera, di notte, si studiava spesso in gruppetti, come oggi del resto con il professore che orienta il percorso all’inizio e poi controlla l’andamento. Anche questo lavorare in gruppo allora veniva denigrato, non solo dall’esterno, perché si pensava si facesse solo discussione politica: i miei figli hanno sperimentato in anni recenti in diverse facoltà e in diverse discipline la stessa cosa che facevamo noi, allora. Voglio dire, o sociologia o ingegneria, oggi si usa fare così perché lo si ritiene più profittevole, noi applicavamo questa metodologia già allora, qualcuno, certo, faceva bene in modo finalizzato e qualcuno male ma questo è un altro discorso. Come ho detto prima, io ad un certo punto ho lasciato il seminario su Weber perché si andava, come si dice fuori dal seminato al solito conformismo e partecipai ad altro seminario che sicuramente è stato utile, anche se limitatissimo rispetto la teoria generale sociologica, teoria, che era già allora fortissima altrimenti sociologia in quanto scienza non si sarebbe affermata, diversamente come poteva fare concorrenza a scienze politiche? E, perfino, ad economia? Scienze politiche stava morendo e sociologia a Trento come facoltà era una novità assoluta a livello mondiale, avendo compulsato da parte di Barbano tutte le maggiori università mondiali in America, in Francia, in Germania, in Svizzera, Svezia, non ce n’erano tante allora e quindi la nostra era avanzatissima dal punto di vista del progetto e del programma e difatti Volpato andò via molto amareggiato per questo, perché non solo il gruppetto di studenti ultrapoliticizzati, ma anche parte della dirigenza dell’Istituto Trentino di Cultura, della politica locale, non capirono che se i docenti di un certo livello venivano a Trento allora era perché fortemente motivati dal punto di vista scientifico, dato l’impianto innovativo della facoltà, perché c’era un progetto unico, esaltante. Boldrini che era presidente del comitato ordinatore, era contemporaneamente vicepresidente e poi presidente dell’Eni. Se Fornari, psicoanalista a Milano, veniva qui era per il progetto fortissimo che c’era qui, se gente come Metelli di Padova, Meschieri di psicologia di Padova, Cucconi di statistica di Padova. Basti vedere le conferenze che si tenevano, io le ho segnate tutte, a livello altamente specialistico, qui era stato Bruno De Finetti, uno dei massimi statistici, studioso della probabilità, questa gente veniva qua perché c’era un progetto forte e affascinante. Dopo il 1968 un po’ alla volta è venuto meno, fino a che sociologia imboccò una strada di declino: dire di essere studenti di sociologia in quella fase voleva dire essere screditati. Alcuni studenti, in effetti, per seguire i soliti politicanti a tempo pieno avevano trascurato gli studi, per cui dopo non ebbero argomenti di difesa, altri invece si fortificarono nell’opporsi. Io reagivo subito al disprezzo perché non corrispondeva a verità per molti di noi dato che come tanti miei amici avevo costruito un gruppetto abbiamo fatto tanti esami insieme, abbiamo studiato, per cui se qualcuno si permetteva, rispondevo per le rime. Tanti ragazzi che avrebbero avuto bisogno di idee più forti, sono usciti fuori che erano spaesati e senza difese nei confronti della denigrazione. Anni durissimi, questo non si dice mai: in un documento presentato nel febbraio 1971 da un docente, che nel frattempo era stato nominato preside, si parla precisamente di ‘riqualificare’, ma per me allora, da riqualificare era soprattutto l’immagine della facoltà: cosa era avvenuto tra la fine del 1967, allorché il prof. Barbano presentava orgogliosamente la facoltà in un convegno nazionale a Milano e gli inizi del 1970? Era avvenuto proprio il cervellotico esperimento, definito ‘università critica’, che aveva finito per favorire le scorrerie dei facinorosi politicanti a tempo pieno: l’anno 1968 era passato nel delegittimare il prof. Volpato e la direzione, l’anno 1969 a promuovere la cosiddetta ‘università critica’, già da subito una cosa confusa agli occhi di noi studenti del primo anno. Decodificando, l’espressione riqualificare voleva dire che il gruppetto, che aveva preso il sopravvento dentro la facoltà, doveva smetterla, perché la stragrande maggioranza degli studenti frequentanti non li sopportava più, e recuperare l’immagine esterna compromessa dalle scorrerie di questo gruppetto di politicanti a tempo pieno. Era quanto, esattamente un anno prima in modo molto più chiaro e diretto, aveva asserito il prof. Demarchi in una mozione presentata nel consiglio di Facoltà e pubblicata sul settimanale Vita trentina. Perché in effetti per molti studenti, la maggioranza, non vi era stata dequalificazione, nonostante e malgrado il rumore di fondo molesto del ‘pensiero’ unico conformista, che purtroppo veniva recepito all’esterno come espressione dell’insieme degli studenti. Dopo, la facoltà, pian piano, ha ripreso, un po’ alla volta finita tutta quella follia demagogica, ha ripreso benissimo e diciamo che l’impostazione iniziale non si è persa del tutto anche se matematica io la rimetterei al posto che aveva perché serve. Certo si poteva e si doveva fare una critica alla didattica della matematica e io la facevo perché la conoscevo; si poteva fare una matematica più aderente ai nostri interessi con esempi sociologici, però allora era difficile non c’erano neanche i testi ed erano pochissimi i docenti di matematica in grado di insegnare matematica per i sociologi, anche se nello statuto di sociologia c’era un insegnamento “modelli matematici per sociologi”. Dopo, con l’inizio della mia attività scientifica, questo interesse mi spinse a scrivere il mio primo libro (Sociologica. Introduzione logico-matematica alla sociologia, 1982) un volume di 480 pagine di modelli matematici per sociologi, con un’ampia discussione sul modo di concepire l’insegnamento della matematica nell’ambito della sociologia e delle scienze sociali. Era successo che appena finita l’università avevo iniziato a lavorare qui con il professor Demarchi, conosciuto al corso di ‘sociologia urbano-rurale’. Demarchi mi disse, dopo alcuni colloqui in cui si accertò della mia preparazione sociologica, specie della teoria classica, della conoscenza della lingua inglese, della capacità di scrivere veloce a macchina, dopo il mio servizio militare: «perché non vieni a darmi una mano, vuoi lavorare con me?» Ho cominciato così e poi ho fatto il solito iter, borse di studio, concorsi, appena sono stato un po’ più libero, tra il 1980 e il 1982 ho scritto il volume che avevo in mente fin dal mio arrivo a Trento, dimostrando come si potesse insegnare sociologia generale con i modelli matematici, quei modelli che prima avevo studiato per problemi finanziari e poi per problemi ingegneristici, ora però il modello matematico doveva rispecchiare il problema sociologico. Attenzione, era certamente giusta la critica che alcuni studenti facevano alla didattica della matematica, ma non alla matematica in quanto tale e perciò esageravano, anzi dimostravano ignoranza nel dire che la matematica non serviva. Fino ad un certo punto avevano ragione perché in matematica la didattica era quella solita, io ho cercato di indicare con il mio libro un’alternativa didattica oltre che di ricerca, proprio perché ero rimasto anch’io insoddisfatto della didattica. Il bello è applicare la matematica qui, ma certo occorreva svecchiare l’insegnamento, Volpato certamente non era contrario, anche lui ha intuito che la cosa era estremamente interessante e unica, quindi per la prima volta in questa facoltà grazie a Volpato oltre a matematica, statistica, si studiava anche ‘elaborazione automatica dei dati’, presso il Laboratorio di ricerca ho appreso ad elaborare le schede Hollerith con la tabulatrice, progenitrice dei calcolatori elettronici, ho appreso i linguaggi Fortran e Cobol, ciò che dopo si è chiamata informatica. Questa materia neanche a matematica o ingegneria si studiava allora solo a sociologia per dire come era avanzata la nostra facoltà poi dopo l’hanno recuperata i matematici e gli ingegneri ma ‘elaborazione automatica dei dati’ si studiava solo a Trento grazie a Volpato, Boldrini, a Braga. Se quella impostazione non fosse stata presa di mira, noi oggi, ad esempio, saremmo già da tempo un centro d’eccellenza di studio, ad esempio, sui Big-Data e sul calcolo avanzato nelle scienze sociali. Questa sarebbe una facoltà che su tali argomenti avrebbe fatto facilmente concorrenza alla facoltà di ingegneria, saremmo questo, tutti i ragazzi avrebbero il lavoro appena usciti, dato lo sviluppo esponenziale che si sta avendo in questi settori, già intravisti dalla prima sociologia, quello che è venuto dopo ha dato ampiamente ragione a quella impostazione e ha dato torto ai critici distruttori, un esempio di regresso e di povertà intellettiva. Io mi sforzavo di dire allora: «ma guardate, cari miei, quello che volete fare non è in contraddizione, noi possiamo essere diciamo fortemente se volete agit-prop, quindi andare nelle fabbriche, fare scioperi, possiamo manifestare però tutto ciò non è in contraddizione con il piano della facoltà. Non è che noi dobbiamo ‘sciogliere’ la sociologia in questo interventismo così episodico senza capo né coda. Questa cosa fa male non va bene a nessuno». Infatti, quando hai perso prestigio dove vai, cosa fai, non c’era possibilità di farla capire questa cosa. E anche se oggi parlo con alcuni miei colleghi o amici di allora siamo punto daccapo. Se cominciamo a parlare di questa cosa con loro torniamo indietro di cinquant’anni. Per me era chiaro allora come oggi, non vedo contraddizione fra l’impegno civile a tutti i livelli e l’impegno scientifico anche con metodologia matematico-statistica. De Finetti, che era un probabilista, matematico e sociologo, studioso di Pareto, dal punto di vista dell’impegno sociale era un combattente, è stato anche in galera, non sono in contraddizione le cose. Ma anche con questi esempi, non c’è niente da fare, non vogliono capire. Adesso sociologia ha recuperato molto bene ma ha impiegato anni e anni a recuperare quel prestigio che l’aveva connotata fino al 1968 con l’inizio della sconsiderata ‘università critica, nel frattempo molti ragazzi ci sono stati male, io stesso talvolta ho dovuto rintuzzare giudizi sommari che solo in piccola parte erano veri, non perdonavo chiunque mi dicesse una cosa del genere e rispondevo dicendo esattamente quello che sto dicendo qui, è vero, là dentro, nonostante l’impegno della maggioranza a studiare una piccola minoranza attiva ultrapoliticizzata tentava di trasformarci tutti in sindacalisti, in agit-prop. Poi si è visto quanti laureati in sociologia, malgrado il sabotaggio, hanno avuto successo non nelle carriere politiche salvo pochissimi con la strada già spianata, ma nelle professioni a tutti i livelli, perché hanno avuto una preparazione, perché se la sono fatta, perché non si sono fatti distogliere dal gruppetto politicante, perché c’era qui veramente un potenziale scientifico forte, c’è stato quel periodo in cui bisognava lottare per conquistarselo, lottare contro il solito gruppetto, con ignari seguaci ad ogni inizio di anno, che contrastava l’impegno scientifico, perché il problema era quello ad un certo punto si era andato formando, per fortuna per breve tempo, un fanatismo politico martellante per cui era difficile sottrarsi, c’era una continuazione ossessiva di chiacchiere. In tutto si doveva possedere una capacità forte di scinderti, di separare ciò che io chiamo l’impegno civile, tipico di quell’età e di quel periodo, dall’impegno di studio. Sicuramente era una situazione a tratti stancante, che creava spesso studenti stralunati e, infatti, poi col tempo qualcuno non partecipava più e veniva solo per gli esami. Io invece ho cercato di partecipare, sempre però senza farmi carpire perché sennò sarebbe stata la fine e uno finiva per fare il sindacalista con tutto rispetto. Per fare il sindacalista devi venire qua? Io parto da Lecce per arrivare a Trento e fare il sindacalista, allora sarei andato alle scuole del partito comunista a Roma dove insegnavano professori dell’università, non c’era bisogno di venire a Trento per poi uscire politicante, sindacalista, io sono venuto qua per fare scienza, purtroppo però qualcuno, tanti sono stati fregati, io li ho visti che arrivavano qui con posizioni di destra, addirittura fasciste, fascisti dichiarati e una settimana dopo nel clima di irrefrenabile fanatismo, approdavano decisamente al maoismo, all’operaismo con distintivo di Mao sulla giacca. Quanti andavano in giro col faccione di Mao, come facevano alcuni presunti leaders!

R: Quindi secondo lei che senso ha raccontare il Sessantotto e ricordarlo? 

I: Scindere le due cose. Di cosa parliamo? Del ’68 che ha investito non solo Trento, ma tutta la società italiana, occidentale, e anche l’Europa orientale, non dimentichiamo Praga, e allora va bene quella è una cosa. Ma i piani non si possono confondere, sennò alla fine sembra sempre che si sia fatta solo quella cosa, la contestazione dell’autoritarismo accademico e non è stato così. Ecco perché anche i cronisti sono responsabili, pochi si tirano fuori, voi siete i primi da studiosi che state cercando di sentire altre voci. I cronisti andavano a sentire solo quei quattro cosiddetti leaders e rispettivi gregari e basta. Non ho mai visto, in tanti anni, prima come studente e poi come docente, indagare come realmente si svolgeva la vita di studio e di lavoro, i cronisti non mettevano il naso in biblioteca, nei seminari, nei gruppi di studio, mai si sono peritati di vedere cosa succedeva giorno per giorno, ora per ora, La biblioteca era piena! Sempre piena di gente che studiava, si studiava il programma del docente e spesso, in aggiunta, un programma proprio concordato col docente, però contemporaneamente tu vedevi che la facoltà perdeva prestigio. Le rammento rapidamente che ogni anno si presentava un piano di studio con le materie già superate e quelle scelte per quell’anno. All’interno di nove aree, sociologica, psicologica, matematico-statistico-metodologica, economica, antropologica, storica, giuridica, lingue, seminari equipollenti a corsi semestrali, la metà degli esami erano obbligatori, il resto a scelta: in totale, nell’anno accademico 1970/71, 49 insegnamenti a disposizione, più i seminari che si attivavano di anno in anno. I corsi erano annuali o semestrali: due semestrali valevano un annuale, però c’è da dire che rispetto alle ore occorrenti per la preparazione, un semestrale richiedeva lo stesso impegno di un esame annuale. Come si vede, era una facoltà unica avanzata, innovativa e sfido a trovare allora una facoltà con una diversificazione di insegnamenti, tutti però sociologicamente interrelati. Uniti da un punto di vista scientifico. Sociologia è stata la prima scienza a ragionare in termini di sistema, in termini di pluricausalità e quindi ecco la ragione delle altre aree di studio strettamente connesse, oggi è un dato acquisito il concetto di sistema, ma l’origine è sociologica, anche di quella facoltà che a Trento nel 1962 prese il via con tanto entusiasmo. Mentre prima, fino a tutto il 1967, era tenuta in gran conto per la novità e originalità di impostazione poi vedevi il cambiamento di atteggiamento, te lo dicevano in faccia e i giornali iniziavano a pubblicare, ho conservato tutti i ritagli, ecco perché dico che bisogna distinguere i piani, se stiamo parlando di un moto generazionale è un conto, ma se parliamo di sociologia in quanto scienza e in quanto facoltà che deve dare un prodotto è diverso. Certo alcuni episodi colpivano l’opinione pubblica, ricordo un episodio, per i nomi basta andare all’archivio Bobbio, Norberto Bobbio era nel comitato ordinatore, professore dell’Università di Torino, tra i capi della Resistenza, azionista, quando morì Boldrini nei primi di marzo del 1969. Come presidente del comitato ordinatore è nominato Bobbio resta lì un anno o poco meno. All’archivio Bobbio presso l’Istituto Piero Gobetti di Torino ci sono tutte le lettere, tra l’altro ho trovato una lettera firmata da trecentocinque studenti che contestavano una delle occupazioni e i relativi orientamenti, degli studenti che si opponevano non si parla mai, sono andato per accertarmi di alcuni episodi, osservati da un altro punto di vista cioè da lui come presidente e c’è l’episodio di un docente che ad un certo punto permise ad alcuni studenti della sua cerchia ideologica di registrare gli esami, risultato dei seminari legati al suo insegnamento di storia contemporanea, durante questa registrazione pare si fossero intrufolati studenti che non avevano frequentato, ricordo ancora il punto del corridoio dove con alcuni miei amici commentavamo quanto avveniva, inorriditi. I voti furono subito annullati dalla direzione, questo è un fatto, c’è tutto nel carteggio all’archivio di Bobbio, anche il tentativo non solo di ostacolare la rimozione di un tale individuo ma anche di ostacolare l’arrivo, al suo posto, di un altro professore di storia. C’è un’altra cosa, nel frattempo si era costituita Lotta Continua in seguito confusa, non so quanto volutamente, con il movimento studentesco, all’inizio noi eravamo movimento studentesco non c’erano leaders e quelli, poi detti leaders, non erano tali, studenti fra gli altri, io lo definisco così il movimento perché così mi appariva allora: era un vero movimento in senso sociologico, cioè una federazione di tanti piccoli gruppi allora addirittura alcuni prendevano il nome dalle vie dove si riunivano: i Calepini di Via Calepina oppure o quelli di via Marchetti, di Via Torre Vanga dove è nato una parte del movimento femminista, in Via dei Giardini c’erano tanti maoisti in due o tre gruppetti distinti, marxisti anche questi in più gruppetti, anarchici, Potere Operaio, Avanguardia operaia, situazionisti e poi la sigla che apparve per ultima, Lotta Continua, e tanti altri senza etichetta. Il movimento studentesco era una federazione di tanti gruppi che discutevano ed era anche bello da questo punto di vista, certo, solo a senso unico sempre di politica. Poi all’interno qualche cosa veniva fuori delle materie che si studiavano, di psicologia, di antropologia, statistica, allora si facevano molte psicologie, psicoanalisi, economia; c’era un fermento, una effervescenza bellissima, soltanto un po’ ‘indirizzata’ così ad un certo punto incominciarono a comparire sui muri, nel corso del 1969, fino ad allora bianchi e puliti, delle scritte che nel giro di poco tempo li coprirono tutti. Ricordo che un giorno vidi Alberoni, il direttore, con chiodi e martello e dei bidelli appendere ai muri dei corridoi al piano rialzato delle bacheche utili ad attaccare bigliettini, fogli, comunicazioni di ogni tipo, alcune erano anche simpatiche e credo che siano state fotografate da uno studente che sentivo essere chiamato Cracovia. Il più delle scritte erano solo un’esercitazione imbrattatoria sui muri delle aule, dei corridoi, sulle porte. Se tu all’interno di quella generale bella effervescenza, sapevi utilizzarla, sapevi navigare, sapevi opporre argomentazioni allora venivi fuori bene, non facendoti distogliere al contempo dallo studio delle materie curriculari. Ma tanti non sono riusciti, tanti ragazzi poi hanno avuto un senso di rifiuto non ne volevano più sentire parlare, addirittura passavano sotto silenzio il fatto di aver frequentato sociologia, così addirittura qualche docente: una vergogna! Quello era il clima dopo la cosiddetta contestazione.

R: Pensando poi a Trento, a ieri, quella che lei ha vissuto, e Trento di oggi, com’è cambiata la città?

I: Debbo dire subito che la popolazione accoglieva molto bene gli studenti, al contrario di quanto talvolta si dice salvo quei pochi che per motivi strettamente politici avversavano gli studenti. La stragrande maggioranza della popolazione non badava alle posizioni politiche espresse nelle manifestazioni. Ciò che contava, nella mia esperienza, era il rapporto personale corretto: di più, io ho sperimentato simpatia e disponibilità. E se ci sono state delle manifestazioni di trentini esasperati dalle posizioni estremiste di alcuni, fatte passare come se fossero di tutti gli studenti, soprattutto in quelle occasioni ho potuto constatare che i trentini sapevano distinguere i singoli studenti dalle posizioni politiche esasperate, che anche in qualsiasi altra città sarebbero state avversate. La città certamente è cresciuta di numero e di iniziative. Hanno istituito altre facoltà. Nel 1970 hanno bloccato le iscrizioni perché pensavano che il movimento, le agitazioni potessero continuare all’infinito, uno dei motivi addotti fu quello che con la crescita delle immatricolazioni si fosse determinata carenza di alloggi, questa storia è stata usata dalle varie parti in conflitto come una clava: in realtà la carenza e la difficoltà erano relative, direi normali. Una dimostrazione è la penosa storia della cosiddetta ‘comune K. Marx’, all’origine un insieme di una ottantina di posti letto approntati, nel 1970, dall’Opera universitaria nell’ex ospedale S. Chiara in via S. Croce per venire incontro agli studenti che si diceva incontrassero difficoltà a trovare casa. Noi studenti ci accorgemmo dopo un po’ che tutto si stava trasformando per volontà dei soliti politicanti in qualcos’altro e ci chiedevamo come mai li lasciassero fare. Infatti, non passò molto che dovette intervenire la polizia, anche questa volta non mancarono critiche alla polizia e comprensione per gli studenti. Mentre il movimento studentesco di cui si parla è durato sedici mesi nella fase più intensa, il movimento studentesco di cui si parla è quello, poi col tempo è stato ingigantito e sembra chissà che cosa, la fase più turbolenta, che non riguardava però il movimento che non c’era più, ma quel gruppetto embricatosi in via Prati, si è avuta nel 1970, annus horribilis, si può vedere anche dal numero degli articoli di giornale: circa centottanta contro circa ottanta/novanta in ognuno dei due anni precedenti e in netta diminuzione in quello seguente per ritornare, dal 1972, alla ‘normalità’ pre-sessantotto. C’era veramente un’effervescenza con problemi sociali ma poi è finito, per naturale esaurimento come tutti i movimenti, non ci fu più nulla in quanto movimento spontaneo. Nel frattempo, si era formato il gruppuscolo di ‘Lotta continua’ superattivista. Questo è un altro episodio da raccontare, niente a che vedere col movimento. L’attivismo di questo gruppetto veniva confuso col movimento studentesco in quanto occupava l’ex palestra delle scuole Verdi (ora aula Kessler), che allora era un ampio spazio inutilizzato dalla Facoltà di Sociologia, usato in parte come ripostiglio, noi studenti, volevamo un posto dove riunirci, non solo in aula 5, al primo piano, perché a volte c’era lezione, così ripulirono questa palestra e venne concessa agli studenti, io avevo potuto vedere che era un ripostiglio, perché talvolta la porta veniva lasciata aperta dal custode, il Signor Stablum, mi piace ricordarlo, che abitava accanto con la sua famiglia e perciò passando vicino per andare in un’aula accanto per le lezioni si poteva sbirciare. Gli studenti ebbero la possibilità di usarla, la ripulirono, e dopo di che abbiamo visto che si parlava sempre della solita storia, dell’attivismo politico: «allora domani andiamo a fare il picchettaggio alla fabbrica», qualche volta anche dei problemi del presalario. Ci siamo accorti che quelle non erano riunioni del movimento studentesco, ma di un gruppetto che dopo un po’ di tempo sapemmo chiamarsi Lotta Continua. Infatti, nello stesso periodo venne fuori un medaglione, il pugno disegnato, il loro simbolo, che si portava al collo. Era venuto fuori come se fosse il logo del movimento studentesco, ma non lo era noi l’abbiamo capito dopo un po’ perché c’erano una serie di gruppuscoli di tutti gli orientamenti dell’estrema sinistra e questo era uno più esiguo; però era il più attivo, era riuscito in questo modo ad egemonizzare la sede che avrebbe dovuto essere del movimento studentesco ed era diventata di fatto la sede di Lotta Continua. L’opinione pubblica, la popolazione non sapeva: questi uscivano da via Prati, andavano in Piazza Duomo a collocare i loro ‘dazebao’, così la popolazione riteneva che fossero gli studenti di sociologia; certo qualche iscritto alla facoltà in questo gruppetto c’era, ma gli studenti come movimento spontaneo non c’erano, finì tutto, con la primavera del 1970. Io ho visto anche l’ultimo giorno in cui avemmo contezza della fine del movimento: un po’ alla volta gli studenti erano sempre meno, sempre meno partecipavano spontaneamente, ricordo l’ultima volta in quella parte all’angolo che dà su via Verdi e via Maffei, c’era un aula un po’ più grande di quella di oggi, già da qualche tempo non si andava più in aula 5, ma in quest’aula un po’ più piccola, l’ultima volta venne indetta l’assemblea del movimento, arrivammo io e alcuni miei amici, il mio gruppo, arrivò uno dei cosiddetti leader, il più presenzialista, in compagnia di alcuni pochi altri, aspettammo che arrivassero anche altri studenti, con i miei amici al solito cercavamo di partecipare anche per capire le dinamiche però, osservando, ormai da tempo avevamo capito come venivano gestite le assemblee dal gruppetto più attivo, siamo stati lì un po’, dopo di che non arrivò più nessuno. Basta è finito tutto, pensai quella è stata l’ultima volta. Tutto quanto è avvenuto dopo è stata solo iniziativa del gruppetto di Lotta Continua dove vi era qualche iscritto a sociologia, qualche altro iscritto che passava la sua giornata in piazza Duomo tra il bar Italia e il bar detto ‘Giannina’ o Tridente, ma anche altri, operai, c’era anche gente senza arte né parte, c’era di tutto e questo andazzo in via Prati è andato avanti fino al 1975, non c’entrava più il movimento studentesco.

Io ho fatto una premessa sul perché venni a Trento per frequentare l’università, costava alle famiglie sociologia costava ai trentini, costava al comune, alla provincia e ad altri enti che mettevano soldi. Loro volevano anche avere un prestigio, io non ero venuto qua per perdere tempo come i vari politicanti, tanti di noi non avevano denari e tempo da perdere; tanti di noi per prima cosa non potevano permetterselo, (mio padre dopo quattro anni avrebbe detto basta), secondo, non c’entrava neanche mio padre, io volevo conoscere perché qui intravedevo la possibilità di tanta conoscenza che allora non avrei appreso da nessun’altra parte, solo qui e sono contentissimo della scelta fatta, tanta conoscenza non l’avrei appresa se fossi stato in qualsiasi altra parte del mondo. Questa facoltà era giovanissima ed è stato un tentativo di uccidere un bambino in culla. Infatti, Boldrini poco prima di morire, scrisse a Volpato pregandolo di restare: «tu devi stare ancor qui dieci anni, finché la facoltà non si radica». Dopo avergli reso la vita difficile, Volpato andò via e arrivò Alberoni, dal punto di vista scientifico non c’è nulla da dire, le sue dispense le conservo ancora, dal punto di vista invece del come ha diretto la cosa, ora riporto il mio giudizio di studente: entrò qui il 1° novembre 1968 e andò via a febbraio del 1970, perché non ce la faceva più. Il suo scopo, come vedevo la cosa io allora, era quello di ingraziarsi gli elementi più turbolenti e ideologizzati, talvolta maldestramente elogiandoli, ma non ci riuscì; più cercava di ingraziarseli più questi alzavano il tiro. Invece, avrebbe dovuto bloccarli, anche dal punto di vista scientifico, facendo vedere le elaborazioni e acquisizioni in sociologia, combattendo giorno per giorno contro le loro miserie ideologiche. I prolissi documenti firmati M.S. (in realtà il solito gruppetto) dopo il 1970 erano appannaggio di pochi intimi.

R: I movimenti che ci sono stati qui erano violenti?

I: No, forse la contestazione ad alcuni docenti e quella volta dei fascicoli gettati dal palazzo della Regione, non c’è stata violenza; qualche sanpietrino sarà volato una volta quando si faceva il solito giro lì al Castello del Buonconsiglio. Mentre irruzioni in aula per contestare il professore ce ne sono state, ad alcune ho assistito, per esempio all’irruzione nella sala professori, che allora si trovava nel piano rialzato a destra in fondo al corridoio prima delle scale, con le finestre che davano su via Rosmini: qui ho assistito all’avvilente teatrino da cui scaturì, da parte di uno dei soliti politicanti, l’offesa a Bobbio: «sei un fascista!»

R: E lei cosa pensa degli studenti che manifestavano?

I: C’erano manifestazioni che io consideravo giuste e quindi partecipavo insieme ai miei amici senza ricevere direttive, e altre manifestazioni che consideravamo forzate, strumentali alle quali non partecipavamo. Ero all’interno della sinistra, quindi ho partecipato con tutti i miei amici fino alla primavera del 1970. Dopo questa data bisogna distinguere sempre tra studenti e cosiddetto ‘movimento studentesco’ che era tale solo di nome, in realtà un gruppuscolo cui aderivano anche alcuni studenti. Poi è finito tutto definitivamente fra gli studenti, con quell’episodio di Gardolo: hanno preso dei sindacalisti di destra a Gardolo, presso la Ignis, li hanno portati a Trento con una specie di gogna con scritte appese al collo e mani dietro da Gardolo fino a Trento a piedi, così nel luglio 1970. Io non ero a Trento proprio perché era finito tutto, sostenuto gli ultimi esami a giugno, con alcuni miei amici siamo andati alla facoltà di sociologia di Uppsala, in Svezia, qui ormai c’era il deserto non c’era più niente, siamo partiti per andare a vedere come in generale lavoravano i nostri colleghi e in particolare avevamo un compito da svolgere, frutto di un seminario sulla ‘morfologia della città’ afferente all’affascinante corso di sociologia urbano-rurale del prof. Demarchi e cioè, volevamo verificare quanto le osservazioni sociologiche sui centri storici fossero giunte alla consapevolezza che questi dovevano essere liberati dalle automobili, questione che noi avevamo già indagato per il centro storico di Trento con interviste alla popolazione e ai commercianti: una questione allora, come constatammo, ritenuta una follia, eravamo guardati come dei marziani, dei sociologi, appunto.

R: E suo padre era contento?

I: No, anche se era di sinistra, era stato partigiano, a Boves col comandante Vian e poi nell’Alto milanese con le brigate Matteotti quando sentiva che magari c’era stato qualche fatto, poi i giornali ingigantivano …  

R: Le hanno mai chiesto di tornare a casa?

I: No, non mi chiedevano questo perché sapevano che non sarei stato d’accordo, non c’era proprio possibilità. Erano preoccupati, perché sentivano in generale in Italia delle manifestazioni, dell’intervento della polizia, poi essendo distanti, allora non è come adesso con il telefonino, allora bisognava andare al posto pubblico, si usava ancora la lettera, le lettere andavano avanti e indietro.

R: E durante le vacanze di Natale, Pasqua … tornava giù o stava qui?

I: No, stavo qui, d’estate tornavo giù ma per poco perché qui c’era sempre da fare, da studiare, era bello il clima per lo studio, era proprio stimolante tranne ripeto per certe intemperanze, certe ossessioni politiciste, non c’era violenza, solo quelle assemblee che non finivano mai. Però se volevi essere un pochino aggiornato circa gli umori dei vari gruppetti, dovevi partecipare, volevo ascoltare, sentire quello che dicevano, non me ne è scappata una di assemblea. Il movimento studentesco c’è stato per breve tempo e poi, rispecchiando la teoria sociologica che i movimenti non durano secondo la legge di Weber  delle tre forme di organizzazione o la teoria di Pareto, il movimento non dura, finisce, e se dura, se l’aggregato formatosi persiste, si trasforma, si patrimonializza, in partito, in organizzazione. Infatti, è continuato polarizzandosi in tanti piccoli partitini. Uno di questi, Lotta Continua, qui a Trento veniva confuso con il movimento degli studenti, che tra l’altro era finito proprio quando Lotta continua prendeva piede, ma la gente queste cose non le sapeva, se uscivano da via Prati, voleva dire che erano studenti. Questa cosa è venuta fuori, lo ripeto, per via dell’aula Kessler, è venuta fuori qualche tempo fa per iniziativa di coloro che si sentono reduci, io li chiamo i ‘reducisti’, alla fine tutto quel folklore sessantottino diventa un piccolo mito, i reducisti cosa avevano tentato di fare? Volevano sostituire il nome di Kessler per dare un altro nome all’aula, perché quella, secondo loro, sarebbe stata l’aula 5 dove si erano svolte le assemblee. Col fatto di dire «quella era la nostra famosa aula 5», è successo qualche tempo fa, perché sempre gli stessi volevano ripetere l’inganno precedente, cioè dire che quella era l’aula del movimento, espropriare Kessler e mettere un altro nome. Allora, dibattito sui giornali, ho spedito una lettera a un quotidiano locale scrivendo quello che ho detto ora, dicendo che l’aula 5 era qua al primo piano, l’attuale aula 8 che ora è più piccola perché di una parte, nella ristrutturazione di qualche anno fa, hanno ricavato i bagni, quella era stata una palestra ai tempi delle scuole elementari fino al 1962 con l’avvio di sociologia, da ultimo un ripostiglio. L’ex palestra è stata occupata fino al 1975, i vari direttori non sono stati capaci di buttarli fuori. C’era anche ‘Potere operaio’ un altro gruppetto abbastanza forte sempre in contrasto con Lotta Continua, si sono anche malmenati perché ad un certo punto anche Potere Operaio voleva usufruire dell’aula, perché dicevano «se questa è degli studenti, allora noi che siamo studenti». Quando si parla dei leaders questi erano leaders dei loro gruppetti, non di tutto il movimento. Quando si partecipava… non era perché avessimo qualcuno che ci trascinava, c’era un problema internazionale, non c’era bisogno che qualcuno dicesse «andiamo», non c’era bisogno del leader. Il movimento è proprio quello, ma se io dico queste cose non c’è nulla da fare, non si ascolta soprattutto chi non ha vissuto quel periodo è incline a bere la favoletta che si ammannisce nelle varie ricorrenze canoniche; io l’ho vissuta così: questi leaders non li ho mai visti come tali, studenti fra gli altri per me e tanti altri come me, alcuni studenti occupavano spesso le prime file, solo alcuni erano logorroici che non finivano mai di parlare e noi avevamo mal di testa, ripetevano sempre le stesse cose, tant’è che fra di noi si diceva: «senti andiamo a farci un caffè, andiamo a studiare, che tanto se torni fra due ore è ancora lì che sta parlando», parlava per due, tre ore, sempre le stesse cose ripetute quindi noi la buttavamo così a ridere. Ma queste cose non si possono più dire, sacrilegio, ormai conta il piccolo mito, qualcun altro dei cosiddetti leaders non si vedeva mai, se non una volta o due con la spilla di Mao sulla giacca. In realtà, come ho detto, il movimento era un insieme di tanti gruppetti e all’interno di questi gruppi c’era una discussione continua accesissima, in certi momenti questi gruppetti si contrapponevano aspramente e poi li vedevi tutti insieme a fare la manifestazione, un movimento collettivo, tanti di noi si conoscevano solo di vista però ci si ritrovava tutti nei momenti particolari, o nell’aula o nelle manifestazioni, poi per il resto si era in contrapposizione continua: ad esempio, su questioni scientifiche come la disputa tra funzionalismo e strutturalismo, o intorno alla teoria del linguaggio, o in economia, era l’epoca della programmazione tra opzione keynesiana o neoclassica, o sulla socializzazione del bambino tra l’approccio freudiano-parsonsiano e quello di Piaget o, ancora, sulla possibile funzione innovatrice del diritto. Vi era poi una forte disputa a partire dal bel volume di Musatti, Trattato di psicoanalisi, in connessione con le posizioni di Marcuse di Psicoanalisi e politica, un pamphlet accettabile ma non più di tanto, insieme a L’uomo a una dimensione; al contrario dell’altra sua opera, Ragione e rivoluzione, che, invece, risultava a noi studenti, del mio gruppo, un tipico prodotto di nicchia accademica, molto superficiale rispetto alla questione delle origini della sociologia. Altra accesissima disputa, ma per breve tempo, fu quella sul pamphlet di W. Reich, La rivoluzione sessuale e in generale intorno alla sua opera sul concetto di ‘orgone’: come Marcuse, anche Reich venne dopo un po’ abbandonato anche se, devo dire, di ‘emancipazione’ sessuale si continuò a straparlare, per posa, perché faceva parte del look, come si può vedere in alcune ricostruzioni, raccontate con l’acquolina in bocca da qualche patetico cronista, imbeccato dal solito giro.

R: Lei ha conosciuto Rostagno e Cagol?

I: Studenti come tanti altri, visti qualche volta. Margherita Cagol è morta in uno scontro con i carabinieri in un paese del Piemonte dove avevano operato un sequestro. Incontrai Rostagno alcune volte appena arrivato a Trento nella sede del PSIUP che si trovava in via S. Marco, e alcune volte in assemblea, a qualche manifestazione e per strada; la seconda qualche volta per strada: si diceva che facesse parte di un gruppetto aderente al Partito Comunista d’Italia. Di questo partitino di orientamento maoista conoscevo tutto già prima di arrivare a Trento. Leggevo a Lecce le loro pubblicazioni e attraverso queste ebbi il contatto con Anne Louise Strong, un’americana che da Pechino inviava periodicamente lettere di illustrazione delle imprese maoiste e della ‘banda dei quattro’. Quindi il mio giudizio su quel gruppetto da subito fu definitivo, tanto più leggendo la loro rivistina Lavoro politico che aveva sede a Verona. Quanto alle assemblee, vorrei ricordare che iniziavano più o meno affollate e finivano man mano per svuotarsi, molto spesso per noia, dopo lunghe discussioni che agli antichi bizantini sarebbero apparse esagerate, ad esempio sul ‘potere studentesco’, o se si dovesse concepire un ‘movimento studentesco’ o un movimento degli studenti’. Ricordo anche che ad un certo punto comparve il vezzo, tra alcuni soliti che prendevano la parola, di rimarcare la propria convinzione con una bestemmia molto colorita, detta non come intercalare, ma come parte importante del proprio dire, un vezzo che non durò tanto: insieme alla spilla col faccione di Mao, al libretto rosso e all’eskimo costituiva il look del contestatore. Alcuni di questi reducisti ora vogliono la medaglia, vogliono i riconoscimenti però sono stati i primi a tentare di affossare sociologia perché, ripetevano fino alla noia, «è borghese, è americana, è democristiana, è della Chiesa, è su, è giù», la volevano, secondo i propri gusti, marxista, leninista, maoista, oppure, critica, alternativa, radicale, solidale. Però è riuscita a resistere perché la volevano chiudere, volevano sbaraccare tutto, e adesso che è riuscita a resistere, voi che avete tentato di sabotarla in tutti i modi volete i riconoscimenti. La cosa non si può dire purtroppo perché c’è un clima dominato dai reducisti, ancora c’è un piccolo gruppetto, scherzosamente io dico il ‘soviet’, che continuamente elabora, per sé e per l’opinione pubblica, imprese che nulla avevano a che fare con sociologia, ma che contribuivano ad affossarla, non parlano di questo perché evidentemente non erano interessati alla sociologia in quanto scienza, al duro impegno nello studio, altri invece, i più, erano venuti qui per studiare veramente. Poi non dimentichiamo che era costoso stare qua, certo io quando potevo lavoravo anche se avevo la borsa di studio, le famiglie degli studenti spendevano soldi e la comunità trentina anche. La Borsa di studio constava di cinquecentomila lire, allora sufficienti per vitto e alloggio. Io e tanti altri ci chiedevano con quale diritto questi ostacolavano la normale attività, dunque, la nostra formazione. Ricordo che ci fu un periodo che il solito gruppetto interveniva in aula durante le lezioni contestando il docente. Due volte vennero in aula dove c’era il prof. Disertori per contestare le sue idee scientifiche. Adesso si parla tanto di classifiche tra le università, ho letto il bel discorso che ha fatto ultimamente il rettore, l’ho preso e messo da parte perché non è diverso da quanto allora proponeva il rettore Volpato. L’impegno, la lotta politica non erano in contraddizione, si potevano fare allo stesso modo, non lo vogliono capire neanche adesso, anche per i fisici, gli architetti, i matematici: oggi come non mai non vi sono prese di posizione politiche forti anche per loro? Dal punto di vista personale possono aderire ai movimenti ecologisti, anche quelli di fede più estremista, dove nella somma confusione sui cambiamenti climatici, loro stessi sperimentano il teorema di Thomas, cioè la sociologica ‘profezia che si autoadempie’, una enorme bolla, al pari di tutta la retorica sessantottina. Quindi hanno sabotato di fatto sociologia, anche se all’inizio forse inconsapevolmente, questi sono i fatti, ci sono i verbali del consiglio di facoltà, il carteggio di Bobbio. Il primo Dizionario di sociologia (dopo quello del 1911) è stato fatto qua, in questa facoltà: fare un dizionario di sociologia non è una cosa semplice, vuol dire che l’istituzione che lo fa è scientificamente matura. Io ho lavorato al Dizionario di Sociologia (1975/76) con il prof. Demarchi, l’ideatore, che insegnava anche ‘Sociologia II’, dove si potevano apprendere terminologia e categorie sociologiche precise. Eravamo così tanto presi che diversi studenti frequentavano le lezioni: come si faceva a non partecipare a lezioni come quelle del prof. Altan del quale conservo ancora le dispense di antropologia culturale? Poi in gruppi si partecipava ancora a dei seminari. Per esempio, andavamo a lezione di psicoanalisi, poi dopo chi voleva faceva, oltre che a Trento, un seminario a Milano a casa del docente. Per esempio, a casa del prof. Ermentini, andavamo da studenti a Milano; arrivavano a Trento alcuni studiosi perché vedevano effervescenza, vedevano che gli studenti erano estremamente interessati, volevano apprendere, quando lo studente vuole apprendere stimola anche il docente; si andava a Milano a fare ulteriori seminari, a Padova, a Bologna da dove venivano i docenti perché allora tanti facevano i pendolari. Eccetto quelle sociologiche dette, le altre materie,  gli altri docenti non erano tanto presi di mira, tranne quelli di economia: io fui presente due volte, tra l’altro c’era Monti, che allora era un assistente, di un docente di economia, Innocenzo Gasparini, venivano dalla Bocconi. Monti iniziava la sua carriera universitaria e ha ricordato che anche lui venne contestato circa il tipo di economia, venne contestato, come ho prima ricordato, anche un docente di socio-psichiatria, un medico psichiatra che insegnava a Padova, primario qui all’ospedale di Trento, un filosofo oltre che psichiatra, ha scritto libri di filosofia, interpretato Platone, il prof. Beppino Disertori: io ho frequentato due volte il suo corso per l’estremo interesse criminologico, antropologico e sociopsichiatrico (il volume su cui si studiava: Disertori, Trattato di psichiatria e sociopsichiatria), venne contestato ma lui teneva testa sorridendo e non ritornarono più. Per la verità c’era da discutere seriamente – e noi in aula con Disertori, lo facevamo – sul concetto di follia, di pazzia, sul regime manicomiale e sulle posizioni, allora molto dibattute, di Basaglia. Mi viene in mente che curiosamente, ai miei occhi, osservavo come alle lezioni del prof. Fornari in aula 5 erano tutti imbambolati a seguire le argomentazioni estremamente tecniche di psicoanalisi in particolare, sulla psicoanalisi del bambino, Nuovi orientamenti della psicoanalisi era la dispensa ciclostilata di 77 pagine fitte che possiedo ancora, su cui preparare l’esame insieme ai volumi di Melanie Klein e Anna Freud – la didattica di Fornari in nulla era diversa, ad esempio, da un corso sui ‘sistemi di equazioni differenziali’ in matematica, tanto aborrita dai soliti gruppetti sempre attivi: qui in aula silenzio assordante, tutti alunni diligenti, mancava solo il fiocchetto azzurro per i maschi e rosa per le femmine, a prendere appunti; voglio solo sottolineare l’infinito pregiudizio e i due pesi e due misure, sempre i soliti, alcuni appaiono in queste foto perché erano sempre in prima fila, se guardi bene vedrai che sempre i soliti appaiono in prima fila. È un diritto della gente sapere queste cose, la società trentina spendeva dei soldi e le singole famiglie spendevano dei soldi, chi siete voi per sabotare un progetto? Un progetto unico, una facoltà logico-sperimentale come era scritto in quel progetto del 1964 firmato da Barbano e voluto dal direttore e dal consiglio: questa era la facoltà che si voleva e questo progetto non andava contro una certa effervescenza. Uno dei docenti, il prof. Capecchi, un sociologo molto preparato anche in matematica (sua la migliore introduzione all’opera del sociologo matematico Lazarsfeld, nel 1967), che insegnava a Bologna e qui Metodologia delle Scienze Sociali ha una rivista Inchiesta fondata nel 1971, fu il direttore del ‘Laboratorio di ricerca’ della facoltà di sociologia mentre io ero studente, laboratorio – posto nel palazzo d’angolo tra via Rosmini (al n. 40) e via Verdi, opposto al palazzo di Sociologia – in cui ho sviluppato la mia tesi in seguito ad una ricerca sul campo. Prima di pubblicare il mio libro di modelli matematici, l’ho dato, tra gli altri, anche al prof. Capecchi da visionare perché era stato mio professore, anche in lui non c’è contraddizione, ha fondato quella rivista di indagine sociologica e poi dal 1966 è direttore della rivista europea Quality & Quantity in cui si usano i modelli matematici. Voglio dire ci sono anche questi esempi, ma se tu fai questo discorso vuol dire che sei per la sociologia di tipo americano come si diceva allora (lontano dalla loro testolina che è invece una tradizione tipicamente italiana, la tradizione statistico-quantitativa e matematica) quando arrivi a questo punto vuol dire che c’è un certo fanatismo, una certa voglia di non capire e cosa fa uno si ritira e si fa le sue cose e basta. Dentro il mio libro non ci sono solo i modelli matematici trattati sociologicamente, mostrando come il modello matematico è utile per problemi sociologici, ma anche una parte proprio di matematica pura quindi, insiemi, calcolo, probabilità, matrici.