In ricordo di Mauro Rostagno

Intervento letto in occasione del Convegno finale del Progetto in Aula Kessler, Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, Trento giovedì 26 settembre 2019

prof. Vincenzo Calì, Associazione Museo Storico in Trento

Della stagione di cui tratta la raccolta di testimonianze curate da Marta Villa (Il mio sessantotto, Carocci, Roma 2019) Mauro Rostagno fu un protagonista di primo piano. La cara amica Marta Losito, prematuramente scomparsa, nel decennale dell’omicidio Rostagno, aveva scritto: «È morto quando ha ripreso la sua propria genialità rabbiosa per denunciare una forma di potere arcaica e forte che lega insieme mafia, logge massoniche e politica». Possiamo cogliere la profondità del pensiero del leader studentesco da uno dei frammenti di memoria frutto di un lavoro collettivo, ma compilato da Mauro Rostagno, che il nostro Centro di Documentazione trentino conserva; in esso il leader trentino chiamava in piena contestazione Aldo Moro («C’è un ampio spazio di dialogo serio», sono le sue parole) al confronto sulle lotte studentesche, sulla base del seguente pensiero espresso dallo statista democristiano nel marzo ’68: «Accanto all’inquietudine c’è una ricerca di un approdo innovatore, costruttivo, e capace di far avanzare la nostra società… Tutto un fermento di idee e di esperienze, sconcertante qualche volta, non privo di rischi, ma con i segni di una straordinaria e accettabile validità… Ogni posizione distruttiva e potenzialmente violenta, destinata a sfociare prima o poi dal terreno della Scuola a quello dello Stato, non può non essere severamente condannata… Lasciando il più possibile alle stesse forze della vita universitaria di pervenirvi attraverso una difficile opera di interna chiarificazione». Già questo solo intreccio fra il pensiero di Moro e quello di Rostagno comporta nuove chiavi di lettura su quel complesso periodo, già evidenziate nella significativa puntata di Rai storia dedicata a Mauro Rostagno (commento di Giovanni De Luna). Mauro nella sua intensa vita, si mosse sempre controcorrente, che operasse  nell’estremo Nord o nel profondo Sud; Adriano Sofri, nel suo Reagì Mauro Rostagno sorridendo vede nel leader studentesco di Trento la sintesi: «andai a Trento, invitato da Mauro, a conoscere quegli strani studenti che si facevano valere per la loro vivacità scanzonata e davano scandalo alla provincia più ordinata e cattolica – Trento è un po’ agli antipodi di Trapani, e l’Italia si è fatta così, da uno sbarco di garibaldini a Marsala al sacrificio irredentista di Cesare Battisti». Vale così anche per Rostagno l’evocazione dantesca di Salvemini: «Se il mondo sapesse il cor che egli ebbe, mendicando sua vita a frusto a frusto, assai lo loda e più lo loderebbe». 

Contestò anche il giorno della laurea, Rostagno, ma dalla commissione, presidente Norberto Bobbio, ebbe la lode. Dopo la travagliata esperienza milanese e palermitana in Lotta continua, l’esperimento alternativo del locale Macondo e la scelta arancione, Rostagno, che già aveva tratto nel 1979, in Crak, si è rotto qualcosa un bilancio severo su se stesso (da cui la nuova parola d’ordine: dopo Marx-aprile) si convince che la rivoluzione in Italia si fa al Sud. È «la scuola del Sud», quella che conta, ed è da lì, come ha insegnato Danilo Dolci, che deve partire il riscatto d’Italia. Come sottolinea Enrico Deaglio, «Rostagno stava svolgendo il lavoro più pericoloso che si potesse immaginare. Alla guida di una piccola televisione locale aveva preso a parlare di mafia e di corruzione , a sfidare i potenti come nessuno aveva fatto prima di lui». Mi sovviene quanto Rostagno aveva scritto, in una delle tante missive di quel tempo: «La vera rivoluzione è qui a Trapani. Le tensioni che mi sentivo dentro nel Sessantotto culturalmente possedevano già un vestito, la rivoluzione. E avevamo pure una biancheria intima, l’ideologia marxista. Tutto il movimento di quegli anni è stato una grande emersione del nuovo che si vestiva di vecchio. Non siamo neppure riusciti a inventarci un linguaggio: usavamo parole antiche, terrificanti, inutili. Adesso questa cosa non la chiamo più rivoluzione, non ci vedo più alcun rapporto col marxismo. Però la vivo come una sfida molto più impegnativa: è la vita, il diritto di vivere. E la lotta alla mafia esprime la stessa identica esigenza di un tempo: la gioia di vivere».

In questa missiva, indirizzata a Renato Curcio, ci si ritrova; a maggior ragione oggi che, in ciò che accade, in primis nel malaffare, siamo impotenti a reagire. Noto che a Trento, città del Nord che ha ospitato tanta gioventù del Sud, girando per vie e piazze, non si trovano segni che richiamino la presenza di Mauro e di altri sociologi che dell’impegno nel Sud hanno fatto la loro ragione di vita; ecco perché ci sentiamo di proporre, là dove ora pulsa il cuore della scienza, ai cancelli della fabbrica che vide insieme studenti ed operai, l’opera di Kounellis dedicata a Rostagno. Il giorno che ciò si realizzerà, sarà bene che a fianco del nome del sociologo appaia anche quello del sindacalista Giuseppe Mattei, in modo da ricordare a noi stessi, che viviamo questo malinconico presente, e a chi verrà dopo di noi, da dove veniamo. Cancellare la storia, che è fatta di differenti ed anche opposte interpretazioni, non porta bene alla città di Trento. I sociologi più scettici sarebbe bene che registrassero anche il fatto che il giorno dei funerali di Rostagno vi furono schiere di donne trapanesi, sinceramente addolorate, che al cospetto dei famigliari dell’ucciso, si qualificarono così: «condoglianze, spettatrice televisiva», segno questo della qualità del messaggio lanciato dal sociologo.

All’assemblea generale conclusiva dell’incontro trentino per i vent’anni del Sessantotto, quasi fosse il bilancio della sua, di vita, l’ex-leader studentesco aveva ripetuto, più volte: «per fortuna, noi del sessantotto, abbiamo perso; per fortuna». Era tornato con slancio, dopo la rimpatriata trentina (Trento nel frattempo, per lui, era divenuta, nella nostalgia del ricordo, «amore mio») alla sua battaglia contro la mafia. Nell’intervista che la figlia Maddalena volle richiamare in quest’aula, rilasciata da Rostagno a Claudio Fava poco prima di venire ucciso, sta il suo testamento politico. Rostagno è stato un testimone della spinta ideale della generazione degli anni Sessanta del secolo scorso, quella che   ritroviamo nei versi di Pier Paolo Pasolini, tratti dal poemetto Le ceneri di Gramsci: «Come i poveri povero, mi attacco come loro a umilianti speranze, come loro per vivere mi batto ogni giorno». La contestazione fu anche figlia di quella spinta e permise, ad una gioventù desiderosa di esprimere solidarietà concreta ai meno fortunati, di agire per la modifica dello stato di cose esistente: un testimone che Paolo Sorbi ha raccolto da Rostagno, con il suo Poveri e capitale.

Fu quella una stagione che per il caso italiano, porta come termine ad quem la metà degli anni Sessanta, (si pensi ai libri cult dell’epoca: L’uomo a una dimensione di Marcuse, Lettera ad una professoressa di don Milani, il diario boliviano di Che Guevara) e come termine a quo il 12 dicembre 1969. Alla luce degli esiti delle più recenti ricerche, a partire da quella di Paolo Morando che documenta come la strategia della tensione fu posta in essere ancor prima dell’autunno caldo; per proseguire con quelle di Paolo Brogi, Benedetta Tobagi, Mario Calabresi, Enrico Deaglio, il vero spartiacque è la strage di Piazza Fontana. E proprio Deaglio, nella sua recentissima opera (La bomba) inserisce Mauro Rostagno nel lungo elenco delle vittime della stagione di sangue iniziata a piazza Fontana, riprendendo l’autodifesa pronunciata dal sociologo dagli schermi di RTC pochi giorni prima di venire ucciso, proiettata a Trento nel settembre dello scorso anno: «Sono stato sbattuto in prima pagina, come si suol dire, a causa di una comunicazione giudiziaria per l’omicidio Calabresi… Ad un mese dalla data della comunicazione, non mi è noto di che cosa sono accusato, in base a che cosa, chi mi accusa… “C’è tempo, non c’è fretta”: questa la voce ce mi arriva dal palazzo. Il giudice Pomarici, pm, è in ferie. Bene. Aspetterò. Ho imparato tante cose nella vita, anche ad aspettare. Ma intanto qualche spiritoso si è fatto strane idee sul mio conto che vorrei subito dissipare. Per esempio si è fatto l’idea che questa vicenda mi ha messo un bavaglio alla bocca… Insomma che tutto ciò mi ha dato una calmata. Purtroppo non è così. Non mi sono calmato, perché non ero agitato neanche prima. E non ho sterzato da nessuna parte, perché tendo ad andare diritto per la mia strada, e sono anche cocciuto. Da quasi vent’anni vivo in Sicilia dove ho insegnato nelle università, mi è nata una figlia, ho famiglia, parenti, affetti. Ho messo radici e non sarà facile a nessuno strapparmele. Non sono di passaggio… Ho intenzione, se Dio m’assiste, di vedere nascere qui i miei nipotini, e di finire d’imbiancare la mia barba e i miei capelli sotto questo sole, in questa terra… Spero sarà fatta luce anche sull’assassinio di calabresi, e anche su quello dell’anarchico ferroviere Pinelli, che volò giù dal quarto piano di quella Questura. Visto che ne sono imputato, vorrei anche essere sentito. Ma non ho fretta. Con i comodi del signor pm Pomarici visto che anche lui ha diritto alle sue ferie. E io alle mie. Qualcuno avrà avuto i suoi motivi per tirarmi dentro a questa sporca faccenda. Ho tutto il diritto di sapere chi è perché, poffarbacco. Ed anche di venirne fuori, con totale restituzione dell’onore mio, e quello di Lotta Continua, che se pur lontana, passata e chiusa, è una fetta della mia vita cui non ho motivo alcuno di rinunciare. Garzie. Spero solo che non mi tocchi il destino del mio amico Adriano Sofri, su cui il giudice ha scritto che non ci sono prove, ma anche che non si saranno neppure in futuro, né si potranno trovare. Beh, allegria».

Vorrei infine soffermarmi su di un aspetto della vicenda Rostagno che ci tocca da vicino, l’intestazione a Rostagno dell’aula 5; la vicenda è nota, ma per un utile esercizio di memoria la richiamo. Il tutto partì dagli studenti delle generazioni successive alla nostra, che idealmente intestarono a Rostagno l’aula che era stata la sede del movimento studentesco trentino negli anni della contestazione. La risposta dell’Istituzione universitaria fu quella di interrompere una tradizione che andava consolidandosi intestando quell’aula al fondatore dell’Università Bruno Kessler, con l’ effetto negativo di sminuire il ruolo del fondatore a cui semmai andava intestata l’Università intera come avvenuto in casi analoghi. Con la successiva intestazione a Kessler del centro di ricerca che era stato una felice intuizione del leader trentino (quella di dar vita al’ITC nel 1962). Se venisse dagli studenti la richiesta di intestare a Rostagno l’aula dell’ex Facoltà di Sociologia che fu la sede del movimento studentesco sarebbe un bel segnale in controtendenza rispetto al piccolo cabotaggio a cui si è autoridotto il progetto universitario trentino, anche grazie all’immobilismo della città di Trento. Emblematica la rinuncia alla grande biblioteca come centro della cultura trentina, «cattedrale laica» come l’aveva pensata il progettista Botta. Si supererebbe, con l’affissione nell’ex aula 5 della targa a lui intestata, la diatriba sullo spessore del contributo di Rostagno alle discipline sociologiche; richiamo il punto di vista di Marco Boato, che per quanto fatto nell’intera vita definisce Rostagno un eroe civile, e sottolinea per gli anni trentini di Mauro il suo impegno a far sì che venisse riconosciuto il titolo di studio della laurea in Sociologia. Un plauso va al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e al suo direttore Mario Diani per le iniziative promosse in questi anni finalizzate a mantenere vivo il ricordo di Rostagno.

“Il mio Sessantotto”. Considerazioni più generali.

Riguardo al contesto entro cui agì il leader trentino va sottolineato che il tutto era partito, almeno qui da noi in Italia, sull’onda del miracolo economico: tempo fa Guido Crainz ricordava su La Repubblica come allora, in contrasto con la depressa situazione odierna, «Chiusa la fase del “centrismo”, iniziò l’incubazione del primo centrosinistra e si avviò in quel quadro un dibattito culturale ricco e intenso che attraversò tutto lo schieramento politico».Tutto e subito divenne ben presto la parola d’ordine delle avanguardie studentesche e ciò, in un paese dalla fragile struttura istituzionale, creò presto il muro contro muro fra conservazione e cambiamento, con un crescendo di violenza che sfociò nel 12 dicembre 1969. Come ha ricordato Giovanni De Luna nell’introduzione al libro Colpo alla nuca di Sergio Lenci, l’architetto miracolosamente sopravvissuto ad un agguato mortale di Prima Linea. «Tutto era cominciato con una critica radicale che contestava una società in cui il ruolo dell’individuo e le sue esigenze andavano compiutamente ridefiniti… Il movimento era costituito in primo luogo da una presenza giovanile indistinta e magmatica, aperta sempre a nuovi ingressi, che si ritrovava nei corridoi e nelle aule degli atenei in agitazione, che si conosceva di faccia e spesso non di nome; solo con i gruppi extraparlamentari cominciarono ad esserci dei filtri, si richiesero tessere di iscrizione e adesioni statutarie… Alla magia dello “stato nascente” subentrò il plumbeo percorso “dalla spontaneità all’organizzazione”; era la fase calante del movimento… in mezzo c’erano state le stragi impunite, il terrorismo, uno Stato sempre più arcigno con i deboli e compiacente con i forti, una democrazia avvelenata dai miasmi del “segreto” e dell’intrigo, avviluppata dagli scandali».

In conclusione, a mezzo secolo dal biennio che ebbe protagonisti la contestazione studentesca e le lotte operaie non siamo ancora in grado di trarre, dalle testimonianze su quel tempo, un bilancio sufficientemente critico; troppe le aspettative di palingenesi sociale allora coltivate, troppo duro il riflusso violento che seguì negli anni a venire, troppo forte la disillusione nel vedere ancor oggi prosperare le ingiustizie denunciate allora. Siamo altresì consapevoli che per le testimonianze qui raccolte, richiamando la normale dialettica fra storia e memoria, vale il suggerimento avanzato dal politologo Gaspare Nevola in un suo recente articolo giornalistico su QT:«cercare di riappropriarsi culturalmente e storicamente, oggi, del “lungo 68” italiano, ma anche tentare di “rimuovere la rimozione” di questa pagina di storia e della sua memoria pubblica, è compito anzitutto delle generazioni post-sessantottine: tanto ai fini di un’analisi critica e dei giudizi storici, quanto per la comprensione della sua eredità oggi e del mondo di oggi». Sulla stessa lunghezza d’onda Gianpasquale Santomassimo nell’editoriale di Passato e presente sul ’68: «Bisognerebbe tornare ad indagare, più a fondo di quanto abbiano fatto le celebrazioni in atto, i caratteri originari e irripetibili della “generazione” che fu al centro della scena… Assumendo un orizzonte che si distacchi dal legame troppo stretto con la nostra vicenda particolare è pure lecito e stimolante considerare il ’68 uno “spartiacque” effettivo, vederlo come ultimo atto dei Sessanta, conclusione ideale e fragorosa di un periodo di straordinaria creatività e di rinnovamento radicale».