“Ci vediamo al Prati?” Vivere il ’68 dietro il bancone di un bar.

Maria Nicolodi

Dopo 8 ore di lavoro o studio non mancava l’appuntamento quotidiano: “Ciao ragazzi, ci vediamo al Prati”. Per la sua collocazione di mezza periferia (Largo Prati – Via Veneto) il bar Prati era facilmente raggiungibile anche dal centro città, e proprio per questa sua posizione privilegiata lo frequentavano un ventaglio variegato di clienti, con caratteristiche culturali e politiche a volte opposte. Ma all’interno di quella specie di club la fratellanza regnava sovrana e tutti, giovani e anziani, erano coinvolti nelle conversazioni sportive o nei giochi (biliardo, carte, scacchi).

Durante le ore diurne il bar era frequentato soprattutto da studenti che, tra una conversazione e l’altra, gustavano i nostri panini che loro definivano energetici vista la  grandezza e l’abbondanza di farcitura. Ora che sono sulla soglia della casa di riposo mi viene chiesto di portare a galla quei ricordi, come veniva recepito dagli avventori del nostro bar quel movimento rivoluzionario che prometteva grandi cambiamenti, o almeno gli intenti erano quelli.

Quando venni a sapere che Trento avrebbe aperto le porte all’università di sociologia lo ritenni un miracolo della nostra amministrazione politica. Essendo sempre stata favorevole a tutto ciò che portava novità considerai questo cambiamento come un aratro che smuove le zolle incrostate e arcaiche della mentalità di molti trentini dell’epoca. In quel momento storico l’Italia attraversava un periodo gravoso a livello lavorativo, con scioperi, licenziamenti e attività in crisi; involontariamente si stava aprendo lo spazio per quel tipo di studi poiché il sociologo, a mio parere, dovrebbe fare da ponte tra il lavoratore e l’azienda, non sostituisce certo l’azione sindacale, quella è un’altra cosa.

Sociologia è comprendere, mettersi tra le due parti e portare le problematiche alla politica perché se ne faccia carico con soluzioni avanzate a seconda dei singoli casi.

Non era della stessa opinione chi con gli anni era oltre i 50/60. 

Leggendo il giornale, dopo il primo caffè del mattino, le scrollate di capo erano molto numerose verso quella ventata di gioventù e definivano la nuova facoltà come Università delle chiacchiere perché, secondo loro, non preparava a un lavoro. Chi gli studi superiori li aveva faticosamente superati da tempo e aveva conquistato una posizione agiata, faceva considerazioni in linea di massima di sprono verso quei “ragazzotti” viziati, ma riflettevano anche sulla convinzione che questi studenti pretendessero che fosse lo Stato a farsi carico del loro avvenire e che non volessero capire che la propria fortuna va conquistata da soli, impegnandosi nello studio o imparando un’arte, oppure mettendo in atto quella fantasia artistica che invece veniva espressa solo con graffiti sulle case del centro storico. 

L’ironia non mancava mai, ma si alternava a riflessioni ponderate. “Diventeranno tutti tecnici del timbro statale e così ci complicheranno ancora di più la vita” oppure “Bimbi cari non perdete tempo seguendo fantasiose utopie, guardando al sindacato come i cani col padrone” o anche: “Pensateci voi alla vostra vita, non datela in mano a chi, con strani raggiri di parole, vi può far salpare su una nave fantasma con i cannoni di legno come raccontano il Bepi e il Mario”. 

Non tutti i giovani avventori erano brigatisti e con le loro battute spiritose stimolavano al racconto di episodi passati i “vecchietti”, come venivano affettuosamente definiti dai ragazzi. Saper raccontare e farsi ascoltare era un’arte della quale molti anziani erano padroni. Il più stimolato ai racconti era il Vittorio che dopo poche righe lette sul giornale, iniziava a scrollare il capo ed allora i ragazzi si avvicinavano a lui come le pecore al pastore, a quel punto lui partiva con le sue filippiche: “Vardà popi che gavè ancora en boca el seor del lat de vosa mama e pretendè de far la guera? Ghe vol ben altro, feme en piazer, smetela! I conti sei fa con la matita e con le parole no con la dinamite! Quela roba lì lei pericolosa, popi. Se la scopia la ve pol far mal ale manote, se la ve và ben, quela libertà che tant la ve preme, la finì en Via Pilati! Ancor ve digo, feme en piazer, finila de darve arie da combatenti del gnent!” 

I ragazzi ridevano come matti, divertiti ma anche interessati.

Erano ancora i ragazzi a stimolare il Vittorio per fargli raccontare i suoi ricordi di vecchio legionario. I suoi racconti iniziavano sempre con questa frase: “Tra le dune del deserto, nelle notti di luna piena, quando il silenzio regnava sovrano, era doveroso dormire con un occhio per volta.” Poi si faceva serio, serio e con le lacrime agli occhi, guardando i ragazzi diceva: “Io vi auguro di non sperimentare mai la tempesta di sabbia, smetela de far i cretini, popi!”

Gli ultimi ad accaparrarsi “il fogli”, come definivano il giornale, erano il Bepi e il Mario due ex commilitoni o “Vecchi Marinai” come venivano chiamati da chi li conosceva bene. Bastava qualche riga riportata da un articolo dove morti e feriti erano notizia quotidiana, e, in sintonia, i due vecchi amici, seduti uno di fronte all’altro, si calavano gli occhiali sulla punta del naso e si fissavano sgomenti negli occhi. 

Con tono ironico esprimevano le loro perplessità: “Cossa diset Bepi, a mi sti chi noi me par miga tanto normali. Per sviluparghe el zervel i doveria imbarcarli sula nosa nave e mandarli al largo sol cola cana da pesca. Te parelo Bepi? I se endrizeria de sicur!”

A quel punto Mario si lanciava nella descrizione della loro nave trasformandola in una barzelletta: “Eravamo imbarcati su una nave fantasma con la qualifica di motoristi. Quelle imbarcazioni erano prive di qualsiasi possibilità di difesa o offesa. Eravamo in venticinque compreso il comandante, senza neanche un coltello da cucina e una scialuppa di salvataggio. I cannoni collocati in bella vista erano di legno e noi, armati solo di Ave Marie, solcavamo intrepidi come corsari il mare Adriatico e la Costa Dalmata solo che loro avevano la spada e noi nemmeno il salvagente. Votati alla morte chissà da chi… La nostra corazzata di legno serviva, numericamente parlando, a potenziare la flotta navale italiana.” 

I ragazzi ridevano come matti, erano testimonianze drammatiche ma ridicolizzate dal modo di raccontarle. Ad esempio: “Te ricordet Bepi quela volta che i n’ha mitragliadi? E ti te t’hai slongà for la testa dala plancia come en lumaz? E rabios come en bis te sei nà drit sula prua e te ghai zigà su: Ste atenti maledeti che anca mi no scherzo, se tornè ancora ve tiro drio la ciave inglese e po’ savè cossa ve fago? Ve spudo su! Stè lontani che l’è mejo per tuti!”

 A suscitare perplessità era anche il “18 politico”. Quella possibilità di valutazione non la digerivano proprio! E lì altre battute riguardo gli esami: “Pensa Carlo se davanti ai macchinari applicassimo come loro il 18 politico, al posto delle mani avremmo i moncherini” oppure, rivolgendosi a mia sorella “Bianca, quando che te torni a casa sta atenta a pasar sul pont fat da quei del 6 politico!” erano comunque critiche bonarie come si fa con i bambini.

Questo emergeva dalle loro considerazioni mattutine dopo il turno di notte alla Michelin oppure prima di salire in ufficio.

Quando iniziarono le contestazioni e le violenze in città pensai che quella era la via sbagliata, destinata a cadere nel nulla. Con simili modi violenti le croste sarebbero rimaste al loro posto, ed infatti cominciarono a cambiare anche i commenti della mattina, sempre più spesso gli studenti venivano definiti veri e propri manigoldi, davano anche la provenienza genitoriale di quei “rivoluzionari da strapazzo”: “Saranno figli di comunisti illusi o di fascisti dell’ultima ora?” poi l’ilarità continuava con le femministe che dimostravano con gli slip sulle scope e le scritte “L’utero è mio e lo gestisco io”. Quei cartelli sventolanti la sessualità mi lasciavano indifferente e per me erano inutili in quanto la prima persona tenuta a far crescere un maschio con le caratteristiche volute dalle femministe è senza ombra di dubbio la madre dunque una donna. Ho conosciuto madri con meriti eccezionali le quali hanno saputo trasmettere ai loro figli grandi valori che da alcuni venivano definiti vecchi perciò senza più valore. No e no! La condivisione, l’onestà, il rispetto, l’impegno, la volontà di migliorare il proprio stato economico e il sacrificio sono valori non soggetti all’invecchiamento e per difenderli non servono cartelli o bandiere al vento ma solo madri sensate.

Inneggiavano alla libertà e alla parità dei sessi, erano strepitanti parole al vento che lasciavano indifferenti tante fanciulle giovani o meno. Le problematiche ampiamente dimostrate da quelle attiviste della libertà con urli e strepiti nei loro sit-in nel centro storico, per molte di noi erano incomprensibili in quanto silenziosamente e senza tanti moti rivoluzionari o schiamazzi notturni, firmando molti pagherò decennali da rispettare, e con interessi altissimi, quel tipo di sacrifici servirono  anche a lenire la sudditanza dal sesso forte. Nell’immediato dopoguerra, in città ci fu un rifiorire di piccole attività gestite da donne, con gli stessi diritti e doveri degli uomini, dunque la parità era stata raggiunta. La moneta pagante per quei grandi sacrifici era senz’altro l’indipendenza economica, il sapersi arrangiare da soli e poter vivere in modo paritario un sentimento d’amore. Faticosa per molte donne fu la ricostruzione del tessuto sociale distrutto dal conflitto mondiale del 1943, era logico che le appartenenti a questa fascia di donne impegnate e combattive sorridessero a quei cartelli inneggianti a idilliache libertà e con un profondo respiro emettessero la loro opinione: “Ma poverine…”

Sulle facciate delle case iniziarono ad apparire disegni di un serpente boa con accanto scritto un TO finale e la scritta “A morte i padroni” ma anche quella, più che impensierire suscitava ilarità.

Mai avrei pensato che tra quei giovani studenti che frequentavano giornalmente il bar ci fossero dei brigatisti pericolosi, con noi erano educati e riguardosi, discutevano tra di loro ma niente di più.

La diffidenza da parte dei cittadini di una certa età nei confronti di quei “rivoluzionari” era dovuta anche al fatto che loro avevano visto ben di peggio. Avevano vissuto e combattuto in due guerre mondiali, visto la città bombardata e distrutta e, dopo la guerra, si erano rimboccati le maniche e ricostruito strade e palazzi, ed erano molto orgogliosi della bellezza delle facciate tinte a nuovo ed adornate di finestre e balconi traboccanti di fiori; proprio per questo quelle scritte oltraggiose e senza scopo offesero molto la cittadinanza.

Pensandoci ora, non ho ancora capito a cosa sono servite quelle lotte rivoluzionarie. In seguito la maggioranza di quegli studenti (a parte quelli arrestati perché appartenenti alle Brigate Rosse) hanno intrapreso la carriera politica, giornalistica o sindacale. Quelle lotte, come previsto da me, sono finite nel nulla visto che niente è cambiato anzi è peggiorato.

A volte mi sorge il dubbio che i miei vecchi e saggi clienti avessero ragione!